Ciao amore, ciao
Milano, 1973. Prima di Lissie, prima dei figli, prima di tutto. I tre mesi che hanno cambiato la vita del Generalissimo.
Milano, venerdì 25 maggio 1973
Augusto smontò dal turno alle quattro e mezza, si fece la doccia in caserma e si cambiò nel bagno degli ufficiali, un piccolo strappo alla regola dato che a lui mancava ancora un passo per diventarlo.
Indossò la camicia bianca, la cravatta blu, l’abito grigio che aveva ereditato da suo padre e che sua madre gli aveva sistemato quando aveva compiuto sedici anni. Per fortuna che sei alto come lui, Augusto, se no come facevamo?
Si guardò allo specchio mentre si pettinava e pensò che non era male, ma forse non era abbastanza. Sua madre aveva dovuto rivoltargli la giacca perché il tessuto esterno era rovinato e il taschino ora era dalla parte sbagliata, ma quel pensiero lo cacciò via subito.
Uscì in via Moscova alle cinque meno dieci. Faceva caldo e l’asfalto profumava di benzina e tigli. Camminò fino a piazza San Marco e trovò una fioraia con un grembiule sgualcito e l’aria di una che non aveva pazienza per gli indecisi.
“Cosa ti serve?”
“Un mazzo di fiori.”
“Mi sembra ovvio. Per chi?”
“La mia ragazza. Si è laureata oggi.”
La fioraia lo squadrò. “Niente rose.”
“No?”
“No. Le rose le porta chi non sa cosa fare. Per una laurea in cosa?”
“Architettura.”
“Allora tulipani gialli.”
“Vanno bene?”
“Vanno benissimo. Costano tremila lire.”
Fece finta che per lui scucire quella cifra fosse ordinaria amministrazione, prese il mazzo e uscì. I tulipani erano dieci, gialli come uova al tegamino, avvolti in carta velina. La signora aveva ragione, Lorena non era una da rose. Lorena era complicata. Lorena era una che leggeva Calvino e ascoltava Tenco e che a colazione mangiava le fette biscottate con la marmellata di arance amare. Era una di tulipani gialli.
O così sperava. Perché anche se era la sua ragazza da più di due anni, per lui era ancora un mistero. Ma forse era proprio per quello che la amava: perché anche se era nata e cresciuta in via XX Settembre, era in qualche modo esotica.
Esotica e, ad essere sincero, negli ultimi tempi anche un po’ strana. Erano un paio di settimane che sembrava diversa, ma non aveva pensato che fosse importante. Aveva pensato che fosse stanca, presa con la tesi, nervosa per la discussione.
Forse non aveva pensato abbastanza.
Il bar dove gli aveva dato appuntamento si chiamava Jamaica ed era in via Brera, quasi all’angolo con via Fiori Chiari. Augusto non c’era mai stato, ma Lorena gliel’aveva nominato più volte — i miei amici dell’università lo trovano pazzesco, ti piacerà sicuramente— e lui aveva detto va bene, anche se raramente condivideva i gusti dei suoi amici trotskisti. Spesso pensava che prima o poi Lorena lo avrebbe lasciato per un capellone tre anni fuoricorso a Filosofia, uno di quelli con cui amava discutere per ore di Sartre e di Bauhaus, ma poi lei lo abbracciava e lo baciava e gli diceva come farei senza di te? e lui si tranquillizzava perché, com’è che dicevano? Gli opposti si attraggono.
Spinse la porta. Dentro c’era un casino di voci e fumo. Tavoli piccoli, sedie spaiate, alle pareti dei manifesti di mostre a Brera. Si guardò intorno.
Lorena era seduta a un tavolo in fondo ed era bellissima. Capelli biondi raccolti, un vestito blu scuro che non le aveva mai visto, gli occhi e le labbra truccate. Davanti aveva un bicchiere di vino bianco già mezzo vuoto.
Augusto si fece strada tra i tavoli e arrivò da lei.
“Ciao.”
“Ciao.”
Si chinò per darle un bacio e lei gli porse la guancia ma non la bocca. Augusto si tirò indietro e le porse i tulipani.
“Per te. Congratulazioni, Architetto Galimberti.”
“Grazie.” Li prese e li appoggiò sul tavolo di fianco al bicchiere. Non disse che erano belli, non disse niente. Si guardò la mano.
Augusto si sedette. Una cameriera passò e lui ordinò un caffè, perché aveva speso quasi tutto quello che aveva per i fiori, e perché in quel posto un caffè costava già abbastanza.
“Allora? Com’è andata?”
“Centodieci e lode.”
Le sorrise: “Lorena. Bravissima.”
Avrebbe voluto alzarsi e abbracciarla. Non lo fece, perché aveva capito da come gli aveva porto la guancia che non era il momento.
“Grazie.” Bevve un sorso. “Sì, è andata bene. La commissione è stata gentile.”
“Sono davvero contento.”
“Anche io.”
Rimasero in silenzio. La cameriera tornò con il caffè. Augusto ci mise lo zucchero e mescolò.
“Lorena… cosa c’è?”
Lei alzò gli occhi e lo guardò, e in quel momento Augusto seppe tutto, prima ancora che lei aprisse bocca. Lo seppe nel modo in cui certe volte si sanno le cose un secondo prima che vengano dette, perché il corpo le ha già capite e sta solo aspettando che la testa si metta in pari.
“Augusto, dobbiamo parlare.”
“Lo stiamo facendo.”
“Sai cosa intendo.”
Lui posò il cucchiaino. Si raddrizzò sulla sedia.
“Dimmi.”
Lorena bevve un altro sorso di vino. Sembrava che stesse cercando le parole, ma Augusto sapeva che le aveva già cercate, probabilmente da giorni, e che stava solo decidendo in che ordine dirle.
“Non è per qualcosa che hai fatto.”
“Cosa…?”
“No, lasciami parlare.” Mise giù il bicchiere. “Non è per qualcosa che hai fatto. È che... non è la vita che voglio. Mi sono resa conto in queste settimane che non è la vita che voglio. Tu sei una bravissima persona, e ti voglio bene, e non ho niente da rimproverarti. Ma non riesco a vederci insieme tra cinque anni, tra dieci. Non ce la faccio.”
Augusto annuì. Non perché fosse d’accordo, ma perché doveva pur fare qualcosa.
“Da quanto?”
“Cosa?”
“Da quanto te ne sei resa conto.”
Lei abbassò gli occhi. “Da un po’. Tre mesi. Forse quattro.”
Tre mesi. Quattro. Augusto fece il conto a ritroso e gli vennero in mente delle cose. Il pranzo di Pasqua a casa dei nonni di lei, quando gli era sembrato che fosse stranamente attenta a non guardarlo durante il pranzo. La domenica al parco Sempione, quando si era distratta a leggere il giornale per due ore di fila. Le telefonate che cominciavano a essere brevi.
Tre mesi.
“C’è qualcun altro.”
Non era una domanda.
“Augusto...”
“C’è qualcun altro, Lorena?”
Lei sospirò. “Sì.”
“Chi è?”
“Non importa chi è.”
“Importa a me.”
“Si chiama Roberto. Lavora con mio cugino.”
“Tuo cugino quello della Bocconi?”
Lei annuì.
Ma certo. Il padre di Lorena era andato alla Bocconi. Il fratello e i cugini erano andati alla Bocconi. Lorena era andata al Politecnico e per un po’ aveva avuto gli amici fricchettoni e il fidanzato carabiniere che studiava Ingegneria con la borsa di studio, ma ora si era laureata e la sciarada era finita.
“Lavora in uno studio in centro.” Continuò lei. “Ci siamo conosciuti a una cena a febbraio. È...”
“Va bene.”
“Augusto.”
“No, Lorena, va bene. Non devi spiegarmi com’è.” Bevve un sorso di caffè. Era amaro, nonostante lo zucchero. “Tu meriti la vita che vuoi.”
“E tu meriti di meglio.” Disse lei.
Augusto la guardò. Sentì una piccola fitta da qualche parte sotto le costole. Era proprio la cosa peggiore che si potesse dire a uno che era appena stato lasciato. E Lorena lo sapeva.
“Non è vero.”
“Cosa?”
“Che merito di meglio. Lo dici per dire.”
Lei aprì la bocca per rispondere e la richiuse.
Restarono qualche secondo in silenzio. Dal bancone arrivava il rumore della macchina del caffè e qualcuno rideva al tavolo accanto. Augusto guardò i fiori sul tavolo. Erano ancora bellissimi, avvolti nella carta velina, e per un secondo gli sembrò assurdo aver pensato che Lorena fosse tipa da tulipani gialli.
Si alzò. Tirò fuori il portafoglio e lasciò sul tavolo troppi soldi per un caffè.
“Devo andare.”
“Augusto...”
“Ancora congratulazioni per la laurea, Lorena.”
Si girò e uscì.
Fuori dal bar, in seconda fila, c’era un Duetto rosso. Dentro c’era un tipo sui trenta, biondiccio, con gli occhiali da sole anche se il sole stava già tramontando. Stava fumando una sigaretta con il finestrino abbassato. Aveva la giacca di lino azzurra, sicuramente col taschino dalla parte giusta.
Augusto lo guardò un secondo di troppo, poi si girò e si incamminò giù per via Brera.
In via Manzoni salì sul tram al volo, si sedette nell’ultima fila e solo tre fermate dopo si rese conto che era quello sbagliato e stava andando in direzione opposta a casa sua.
Scese alla fermata successiva e fece la strada a piedi. Ci mise quaranta minuti. Quando arrivò sotto casa la luce del pomeriggio era diventata quella delle sette di sera, e c’erano i ragazzini che giocavano a pallone in cortile, e la signora del primo piano stava annaffiando i gerani.
Salì le scale. Aprì la porta. Si tolse le scarpe e le mise vicino al portaombrelli.
Andò in cucina, riempì un bicchiere di acqua, lo bevve in piedi appoggiato al lavello.
Poi si sedette al tavolo, si tolse la cravatta, e rimase lì.
La casa era quella in cui era cresciuto. Suo padre l’aveva comprata appena sposato, nel ‘46, con i soldi messi da parte e un piccolo aiuto della famiglia di sua madre. Due camere da letto, una cucina col tinello, un bagno che sua madre aveva fatto rifare nel ‘60 quando aveva cominciato ad avere problemi di schiena. Era in via Poggi, all’angolo con via Pacini, terzo piano, finestre sul cortile interno.
Sua madre era morta in una di quelle stanze, a settembre del ‘69, mentre lui stava per cominciare il terzo anno al Politecnico. Cancro. Sei mesi dalla diagnosi alla fine. Lui aveva vent’anni e si era ritrovato con l’appartamento intestato e un certo numero di mobili che non gli piacevano ma che non aveva avuto il coraggio di spostare. La poltrona di sua madre era ancora di fianco al televisore. Il suo grembiule era ancora appeso al gancio della cucina, come se fosse solo uscita un attimo a comprare le sigarette.
Lorena, quella poltrona e quel grembiule, li aveva notati la prima volta che era venuta a trovarlo. Era stata gentile.
Mi sarebbe piaciuto conoscerla, aveva detto.
Augusto aveva sorriso e si era tenuto per sé il fatto che a sua madre, una come Lorena, probabilmente non sarebbe piaciuta per niente.
Quella sera mangiò una scatoletta di tonno e due fette di pane sul tavolo della cucina. Poi rimase seduto con il bicchiere d’acqua davanti, fino a quando fu buio. Non accese la luce.
Solo allora andò in bagno e si lavò i denti. Gli cadde lo sguardo sul lavandino. Lorena, ogni volta che era stata da lui dicendo alla madre che era da una sua amica, aveva appoggiato lì il suo spazzolino verde. Lo spazzolino verde non c’era da tre settimane e lui non se n’era accorto.
Tre settimane.
Andò a letto con tutti i vestiti addosso. Non dormì. Verso le quattro si alzò, andò in salotto, e si sedette sulla poltrona di sua madre. Era la prima volta che lo faceva in quattro anni.



