🕯️ Prima domenica dell’Avvento – Natale a casa Prisco (1993)
Iniziamo l’Avvento tornando indietro nel tempo: è il 1993, il primo Natale che Fontana passa a casa Prisco.
Tra sartù di riso, nonni rompiscatole e regali un po’ troppo significativi, Gilda e Sebastiano scoprono che “famiglia” a volte è un posto in cui ti invitano per non lasciarti solo.
Roma, 23 dicembre 1993, pomeriggio
Gilda posò la valigia all’ingresso e si guardò intorno. La casa di suo padre era in ordine, troppo in ordine persino per essere abitata da lui: aveva quell’aria un po’ asettica dei posti dove si vive senza viverci davvero, qualcosa che non aveva mai visto prima, se non nella sua stessa stanza a Manchester.
“Papà?” chiamò, chiudendo la porta alle spalle.
“Sono in cucina!”
La voce di sua padre sembrava allegra, forse troppo allegra. Anche l’avere quel tono così pimpante non era da lui. Gilda sospirò e si diresse verso la cucina, dove lo trovò davanti ai fornelli, intento a spadellare.
“Cosa prepari?” Gli chiese, dandogli un bacio sulla guancia.
“Il sartù. Per domani sera.” Le sorrise, ma Gilda notò che aveva le occhiaie e che aveva lo sguardo spento. “Bentornata. Tutto bene a Manchester?”
“Certo.” Mentì, appoggiandosi al bancone. “Tutto bene.”
Non era vero. L’università era più difficile di quanto avesse immaginato, i professori erano distanti, i compagni troppo diversi, e lei si sentiva straniera ovunque andasse. Ma non aveva intenzione di dirlo a suo padre, che era già abbastanza incasinato senza che ci si mettesse anche lei.
“E tu, papà? Come stai?”
“Benissimo.” Mariano continuava a mescolare il riso, evitando il suo sguardo. “Domani mattina arriverà tuo nonno Antonio e si lamenterà di tutto, ma per ora va tutto alla grande.”
Gilda rise: “Ci potrei credere se non avessi quella faccia.”
“Quale faccia?”
“Quella da funerale che hai quando sta per arrivare il nonno.”
Mariano si fermò e la guardò: “Non ho nessuna faccia da funerale.”
“Papà...”
“Va tutto bene, Gilda. È solo che... be’, è il primo Natale senza...” Si interruppe, tornando a mescolare con più energia del necessario, e non finì la frase. Ma non ce n’era bisogno.
Senza Lucrezia. Gilda lo sapeva. Quella stronza di Clarissa aveva fatto in modo che Lulù passasse tutte le vacanze con lei e i nonni materni a Genova, solo per fare dispetto a Mariano. E lui stava male, anche se cercava di nasconderlo.
“Mi dispiace…” Mormorò.
“Non è colpa tua.” La voce di suo padre era diventata più roca. “E poi, almeno ci sei tu. E domani arriva il nonno, e verranno anche Arturo con Federica, così faranno da cuscinetto e non ucciderò mio padre proprio a Natale.”
“E basta?” Chiese Gilda. “Solo noi?”
“Beh, sì. Chi altro dovrebbe esserci?”
Gilda si mordicchiò il labbro. Aveva ricevuto una lettera di Fontana una settimana prima in cui le aveva detto che sarebbe rimasto in caserma per Natale, ma aveva sperato che suo padre lo avrebbe invitato da loro. Che non lo avrebbe lasciato là solo come un cane. L’idea la faceva stare male quasi quanto vedere suo papà così triste.
“Pensavo avresti invitato Fontana.” Disse, fingendo che fosse la prima cosa che le veniva in mente.
Mariano si fermò di nuovo: “Fontana?”
“Sì. Non ha famiglia, passerà il Natale da solo... potremmo invitarlo.”
“Gilda...”
“Dai, papà. È Natale. E poi, il nonno si divertirebbe un mondo ad avere qualcun altro da terrorizzare oltre a noi.”
Vide suo padre pensarci su, l’espressione che si addolciva leggermente.
“Non so se sia una buona idea...”
“Perché? Siamo la sua unica famiglia. E anche se fai finta di no, gli vuoi bene.”
Era vero. Gilda lo sapeva. Aveva visto come suo padre guardava Sebastiano, con una specie di orgoglio paterno che non riusciva a nascondere.
“Magari non ne ha voglia…”
“Papà, sta per passare il Natale da solo in una caserma. Davvero pensi che non ne abbia voglia?”
Mariano sospirò poi, per la prima volta dal suo arrivo, le rivolse un sorriso vero: “Va bene.”
“Davvero?” Chiese Gilda, cercando di non sembrare troppo entusiasta.
“Davvero.” Disse Mariano. “Domattina vado a prenderlo a Pisa.”
Gilda lo abbracciò, sentendolo rilassarsi tra le sue braccia. Forse quel Natale non sarebbe stato così triste, dopotutto.
Pisa, Caserma Gamerra, 24 dicembre 1993, mattina
La caserma sembrava un cimitero. Sebastiano camminava per i corridoi deserti con le mani in tasca, i passi che rimbombavano nel silenzio. Tutti erano partiti il giorno prima, chi per Roma, chi per Milano, chi per vari paesi di cui non aveva mai sentito parlare. Tutti avevano una casa dove tornare, una famiglia che li aspettava.
Tutti tranne lui.
Si fermò davanti alla finestra della sua camerata e guardò fuori. Piovigginava, una di quelle piogge sottili di dicembre che ti entrano nelle ossa e non se ne vanno più. Perfetta per il suo umore.
Maledetto Natale. Maledette feste. Maledetto tutto.
Si buttò sul letto e fissò il soffitto. Aveva pensato di chiamare Gilda la sera prima, ma poi non l’aveva fatto. Non voleva sembrare patetico, anche se probabilmente lo era. E poi lei stava bene, aveva la sua famiglia, i suoi regali, le sue tradizioni. Non aveva bisogno di occuparsi di lui.
Il silenzio era assordante. Neanche il rumore del traffico arrivava fin lì - era come se il mondo si fosse fermato e avesse dimenticato di avvertirlo.
Si alzò e andò alla scrivania, dove aveva lasciato una lettera mezza scritta. L’aveva iniziata due giorni prima, ma l’aveva piantata lì quasi subito, senza sapere cosa scrivere. Ciao Marghe, come stai? Io sto bene, anche se sei scomparsa dalla mia vita senza dire una parola e ora passerò il Natale da solo in una caserma vuota.
Non sapeva nemmeno lui perché continuasse a scrivere quelle lettere inutili, lettere che non avrebbe mai potuto spedire, che lei non avrebbe letto mai. Forse perché a volte sperava ancora di poter sapere cosa fosse successo, perché lei se ne fosse andata così. O forse perché lui era un coglione patetico. Stracciò il foglio e lo buttò nel cestino.
Fu in quel momento che sentì dei passi decisi nel corridoio.
“Fontana!” La voce di Prisco risuonò nel silenzio e il cuore gli fece un salto nel petto.
Sebastiano si voltò verso la porta: “Signore?”
Prisco era lì, in jeans e maglione, con un cappotto scuro e un’espressione che non riusciva a decifrare.
“Prendi le tue cose.” Gli disse. “Vieni a Roma con me.”
“Cosa?” Rimase a bocca aperta. “Ma io... cioè... perché?”
“Perché è Natale e nessuno dovrebbe passarlo da solo in questo cesso di posto. E perché mia figlia mi ha fatto notare che sarei un mostro lasciarti qui.”
Sebastiano sentì qualcosa che gli si scioglieva nel petto: “Gilda ha detto così?”
“Ho parafrasato.” Prisco sorrise. “Allora? Ti muovi o vuoi restare qui?”
“Mi muovo, mi muovo!” Si precipitò a infilare le cose in una borsa, il cuore che gli batteva come un tamburo. “Ma siete sicuri? Non voglio disturbare...”
“Fontana.”
“Sì?”
“Chiudi il becco e sali in macchina.”
Un’ora dopo, sull’autostrada per Roma
La Alfa Romeo di Prisco filava sull’A12 mentre la pioggia picchiettava sul parabrezza. Fontana guardava il paesaggio scorrere dal finestrino, ancora incredulo di essere lì invece che nella camerata vuota.
“Grazie…” Disse a bassa voce.
“Non ringraziarmi. Ringrazia mia figlia.”
“Lo farò.”
Per qualche istante nessuno dei due parlò, poi Prisco si schiarì la voce: “A proposito di Gilda… come sta?”
Fontana si girò verso Prisco: “Gilda? Bene, perché?”
“Non so. Mi è sembrata un po’... triste.”
Merda. Prisco se ne era accorto. E non poteva certo dirgli che sua figlia gli aveva confessato al telefono di sentirsi sola e spaesata a Manchester.
“Non saprei.” Scrollò le spalle. “Non mi ha detto niente.”
“Fontana.”
“Sì?”
“Sai qualcosa che io non so?”
“No.” Mentì, guardando di nuovo fuori dal finestrino. “Non parliamo così spesso.”
Sentì Prisco sospirare, ma non disse altro. Il resto del viaggio continuò in un silenzio confortevole, rotto solo dalla radio che trasmetteva canzoni natalizie alternate ai notiziari.
Sebastiano appoggiò la testa al finestrino e sorrise. Per la prima volta da settimane, aveva qualcosa da aspettare con impazienza.
Roma, casa Prisco, 24 dicembre 1993, ore 12:30
“Ma dove diavolo è finito tuo padre?” Borbottò il nonno Antonio per la quinta volta in mezz’ora, aggiustandosi la sciarpa intorno al collo. “Io arrivo puntuale, come sempre, e lui non c’è.”
“Te l’ho detto. È andato a prendere un amico…” Sospirò Gilda, versandogli il caffè. “Tornerà presto.”
“Un amico? Quale amico? Mariano non ha amici, non ne ha mai avuti. Tolto quel rompiscatole di tuo zio Arturo.”
Gilda trattenne una risata. Il nonno non aveva tutti i torti.
“E comunque,” continuò Antonio, “perché ha mandato te alla stazione a prendermi? Ho settantatré anni e lui manda una ragazzina di diciotto anni a prendermi, come se fossi un incapace. Ma che razza di educazione ha avuto?”
“Nonno, aveva solo paura che tu ti perdessi, qui a Roma.”
“Ah, sì? E tu invece cosa ne sai di Roma? Non ci vivi da quanto hai otto anni.” Borbottò lui, poi si guardò intorno con aria di disapprovazione. “E qui fa un freddo cane. Dov’è il termosifone? È rotto?”
“No, ma a papà non piace che faccia troppo caldo in casa.”
“Troppo caldo? Questa è l’Antartide! Non capisco perché non abbiamo fatto il Natale a Napoli…”
“Perché papà aveva da lavorare fino a ieri. E anche io sono appena arrivata. E...”
“E il vostro tempo vale più del mio. Certo.”
Gilda si sedette sul divano e lo guardò sistemarsi nella poltrona, continuando a lamentarsi del freddo, del viaggio, del fatto che suo figlio non fosse lì ad accoglierlo. Era identico a suo padre - stesso naso, stessa linea della mascella, stessa capacità di lamentarsi di tutto. Solo che il nonno lo faceva apertamente, mentre Mariano se lo teneva dentro.
“E questo amico,” disse il nonno, “siamo sicuri che si tratti di un amico? Non è che tuo padre si è messo in testa qualche altra stranezza?”
“Che stranezza?”
“Non lo so, magari si è rifatto una vita con qualche donnaccia...”
“Nonno!”
“Che c’è? Ha divorziato da quella strega di Clarissa, no? Meglio così. Quella lì era peggio di una vipera.”
Gilda non disse nulla. Il nonno aveva ragione su Clarissa, ma non era il caso di alimentare i suoi commenti velenosi.
Grazie a Dio sentì il rumore di una chiave nella serratura.
“Sono arrivati!” Disse, alzandosi dal divano.
“Era ora!” Sbottò Antonio. “Sono qui ad aspettare da ore!”
“Eccoci!” Chiamò la voce di Mariano dall’ingresso.
Gilda si avvicinò alla porta del soggiorno e li vide entrare - prima suo padre, che si toglieva il cappotto, e poi...
Madonna.
Fontana era... diverso. Alto era sempre stato alto, ma ora era anche più... figo. Sarà stata la tuta da parà che aveva addosso, che gli cadeva addosso alla perfezione, o sarà stato il modo in cui si vedeva che pur essendo ancora magro sembrava in qualche modo cresciuto. C’era qualcosa nei suoi movimenti, nel modo di tenere le spalle, che la fece rimanere a bocca aperta. Quando la vide le rivolse quel sorriso storto che le aveva sempre fatto e le fece venire le farfalle nello stomaco.
“Ciao Gil.”
“C... ciao,” riuscì a dire lei, cercando di darsi un minimo di tono.
“E questo chi sarebbe?” Tuonò la voce del nonno alle sue spalle.
Mariano si schiarì la gola: “Papà, questo è Fontana. È... un collega. Fontana, questo è mio padre, Antonio.”
Fontana si avvicinò al nonno e gli tese la mano: “Piacere, Avvocato Prisco.”
Nel sentirsi chiamare Avvocato, il nonno quasi sorrise, poi lo guardò dalla testa ai piedi con l’aria di chi stava valutando un cavallo alla fiera del bestiame: “Hmm. Sei un po’ giovane per essere un collega. Sei un paracadutista?”
“Sì, signore.”
“Che grado?”
“Ehm... soldato. Sto facendo il servizio di leva.”
“Hmm.” Il nonno strinse la mano di Fontana, poi si girò verso Mariano. “E perché è qui?”
“Papà...” Iniziò Mariano con tono di avvertimento.
“Cosa? Sto solo chiedendo. Un momento siamo in famiglia, il momento dopo c’è un estraneo a tavola.”
Gilda vide Fontana irrigidirsi e si sentì in dovere di intervenire: “L’ho invitato io, nonno. Se no avrebbe passato il Natale da solo.”
“Ah.” Antonio guardò di nuovo Fontana. “E la tua famiglia dov’è?”
“Non ce l’ho,” rispose Fontana semplicemente.
“Come mai?”
“Nonno!” Protestò Gilda.
“Che c’è? Sto chiacchierando.” Si rivolse di nuovo a Fontana. “Allora? Cosa è successo alla tua famiglia?”
“Non lo so.”
Antonio lo fissò per un lungo momento, poi annuì: “Molto dickensiano. Va bene. Sei il benvenuto. Ma ti avverto, qui si mangia napoletano.”
“Grazie,” disse Fontana, e il sorriso che rivolse al nonno era genuino.
“Ora basta interrogatori,” intervenne Mariano. “Fontana, lascia pure la borsa qui. Papà, smetti di terrorizzare i miei ospiti.”
“Non terrorizzo nessuno. Sto solo cercando di capire chi entra in casa mia.”
“Non è casa tua,” mormorò Mariano.
“Come hai detto?”
“Niente, papà. Niente.”
Gilda guardò Fontana e quando i loro occhi si incrociarono, lui le sorrise. Velocissimo, quasi impercettibile, ma lei lo vide e sentì il calore salirle sulle guance.
Questo Natale stava già diventando molto più interessante di quanto avesse previsto.
Roma, 24 dicembre 1993, primo pomeriggio
“Non dovevi venire con me,” disse Sebastiano mentre camminavano per Via del Corso. “Tuo padre si aspetta che tu stia a casa con il nonno.”
“Mio padre si aspetta che io faccia in modo che non si ammazzino proprio a Natale,” ridacchiò Gilda. “Gli ho detto che andavo a fare l’ultima spesa per domani. Tecnicamente non sto mentendo.”
Sebastiano la guardò di sottecchi. Aveva i capelli più lunghi di giugno, e il freddo le aveva colorato le guance di rosa. Era bellissima, in quel modo tutto suo di esserlo, e il fatto che camminasse così vicina a lui come se fosse la cosa più naturale del mondo gli faceva venire voglia di prenderle la mano.
Ma non sapeva se fosse il caso. Magari era fidanzata. Magari non pensava più a lui in quei termini. Magari erano diventati davvero “solo amici” come pensava il resto del mondo.
“Allora,” disse lei, “cosa vuoi regalargli?”
“Pensavo a del whisky. Quello buono. Ma non so un granché di whisky.”
“Io sì.” Gilda sorrise. “Mio padre ha una bottiglia di Macallan invecchiato 18 anni che tira fuori solo per le occasioni speciali. Ogni volta che ne beve un bicchierino va in estasi.”
“Macallan 18 anni,” ripeté Fontana. “Va bene. Dove lo troviamo?”
“Enoteca Trimani. È qui vicino.”
Mentre camminavano, Sebastiano sentiva gli occhi di Gilda su di lui. Alla fine non resistette: “Cosa c’è?”
“Niente. È che sei... diverso.”
“Diverso come?”
“Non so. Più...” Si fermò, mordendosi il labbro. “Più grande.”
Sebastiano rise: “Sono alto uguale. Non credo di essere cresciuto.”
“Non intendevo quello.” La voce di lei si fece più bassa.
Non finì la frase, ma Fontana capì. Anche lui l’aveva sentito, guardandola quando era entrato in casa. Era uguale, eppure diversa.
“Tu invece sei bella come sempre.”
Gilda arrossì e distolse lo sguardo: “Smettila.”
“È vero.”
Entrarono nell’enoteca e Sebastiano si guardò in giro. Era piena di signori eleganti che parlavano di annate e bouquet con l’aria di chi se ne intendeva davvero. Per un secondo gli parve di essere tornato a nove mesi prima, quando se entrava in un negozio era per rubare. Ma no. Ora era tutto diverso.
“Posso aiutarvi?” Chiese il commesso, un uomo sulla cinquantina con gli occhiali.
“Cerchiamo una bottiglia di Macallan,” disse Gilda con disinvoltura. “Per un regalo.”
“Abbiamo diverse annate. Il ‘74 è eccezionale, ma costa trecentomila lire.”
Sebastiano deglutì. Trecentomila lire erano tante e di nuovo si ritrovò a pensare a quanto avrebbe dovuto rubare fino a pochi mesi prima per avere una cifra del genere in tasca. Ma non era più così: aveva i soldi che Prisco aveva depositato sul suo conto, quelli che aveva messo da parte per andare a vivere con Margherita, e ora che era maggiorenne cn vitto e alloggi pagati, poteva permettersi di usarli.
“Va bene,” disse. “Lo prendo.”
Il commesso sembrò sorpreso per un istante, ma poi sparì nel retro e Gilda lo guardò con gli occhi spalancati: “Fontana, sono un sacco di soldi...”
“Lo so. Ma ne vale la pena.”
“Non devi...”
“Sì che devo.” La guardò negli occhi. “Tuo padre mi ha salvato la vita, Gil. Letteralmente. Questo è il minimo che posso fare.”
Lei sorrise e in quel sorriso c’era qualcosa che gli fece accelerare il battito cardiaco.
Il commesso tornò con una bottiglia in una scatola elegante: “Vuole che gliela incarti?”
“Sì, grazie.”
Mentre aspettavano, Sebastiano guardò gli scaffali pieni di bottiglie e si rese conto di una cosa: doveva comprare un regalo anche per Gilda.
“Aspettami qui,” le disse. “Torno subito.”
“Dove vai?”
“Devo fare una cosa.”
Uscì dall’enoteca. Poco prima aveva addocchiato una libreria, una di quelle con i libri antichi, e in vetrina c’erano, tra le altre cose, dei bellissimi segnalibri di pelle con le iniziali incise sopra. Perfetto per lei che amava tanto leggere.
Entrò, fece incidere GP su un segnalibro, si infilò il pacchettino in tasca e poi tornò in enoteca. Appena entrato Gilda lo guardò con aria sospettosa: “Dove sei stato?”
“Da nessuna parte.” Prese la bottiglia incartata dal commesso e gli allungò i soldi. “Andiamo?”
Mentre tornavano verso casa, Gilda continuava a lanciargli occhiate curiose.
“Davvero non vuoi dirmi dove sei stato?” Chiese.
“No.”
“E dai…”
“Gil.”
“Cosa?”
“Non te lo dico. Sono incorruttibile.”
Lei scoppiò a ridere, e Sebastiano pensò che quel suono era la cosa più bella che avesse sentito da mesi.
Il regalo nella sua tasca sembrava bruciare, e non vedeva l’ora di vederla aprirlo.
Roma, casa Prisco, 24 dicembre 1993, ore 19:30
“Perché mai ha fatto il sartù senza piselli?” Tuonò il nonno Antonio, agitando un cucchiaio di legno come un’arma. “È una bestemmia!”
“Papà, i piselli li ho messi!” rispose Mariano, cercando di salvare la situazione mentre controllava il forno.
“Dove? Io non li vedo!”
“Sono dentro il riso!”
“E che senso ha metterli solo dentro? Devono stare anche sopra, sant’Iddio!”
Gilda guardò Fontana, che se ne stava in un angolo della cucina ad osservare con aria divertita il dramma del sartù che si dipanava davanti a loro. Mentre camminavano per il centro quel pomeriggio aveva sperato che lui la prendesse per mano, che la baciasse, ma purtroppo non era successo niente del genere. Che si fosse messo con una? Dopo il disastro con Margherita aveva giurato che piuttosto che avere una storia si sarebbe fatto togliere un dente senza anestesia… ma la gente diceva sempre tante cose e poi faceva tutto il contrario.
Il campanello suonò e la fece sobbalzare e distogliere lo sguardo: “Vado io.”
Aprì la porta e si ritrovò avvolta dall’abbraccio di suo zio Arturo: “Zio Garghy!”
“Trottolina!”
Gilda sorrise e si girò verso la fidanzata di suo zio: “Federica! Come stai?”
“Benissimo, cara.” Arturo le diede un bacio sulle guance, poi guardò oltre le sue spalle verso la cucina, da dove arrivavano le lamentele del nonno. “Vedo che Antonio è in gran forma.”
“Sta litigando con papà per il sartù.”
“Classico.”
“Venite. Lasciate pure qui i cappotti”
Gilda li accompagnò in salotto a depositare i regali sotto l’albero, poi tornarono in cucina dove la situazione era peggiorata.
“E il pesce dov’è?” Stava dicendo il nonno. “È la Vigilia! Si mangia pesce!”
“È troppo tardi per fare il pesce, papà. E poi il sartù è una tradizione napoletana!”
“Il pesce della Vigilia è LA tradizione napoletana, ignorante!”
“Avvocato Prisco.” Arturo entrò in cucina con il sorriso più innocuo del mondo. “Come va?”
“Male! Questo senza Dio del tuo amico ha dimenticato cos’è il Natale, cosa sono le tradizioni!”
Arturo guardò il sartù, poi Mariano, poi di nuovo Antonio: “Beh, in effetti il sartù alla Vigilia è un po’ strano. Ma d’altronde, coi tempi che corrono, i valori tradizionali stanno sparendo...”
Gilda vide suo padre irrigidirsi: “Arturo, per carità…”
“No, dico sul serio.” Arturo si appoggiò al bancone con aria innocente. “Si dice che Berlusconi voglia entrare in politica con un partito tutto suo.”
“Roba da matti…” Borbottò il nonno. “Ma tanto non vincerà mai. Vincerà la DC, come sempre.”
“La DC non esiste più, papà.”
“Ma certo che esiste. Hanno solo cambiato nome.”
“La DC era un covo di ladri…” Commentò Arturo, sempre con la sua aria innocente, come se non avesse saputo che facendo così avrebbe fatto incazzare il nonno.
“Questo sì,” disse Antonio. “Ma almeno sapevano cos’era il Natale.”
Fontana, che fino a quel momento era rimasto zitto in un angolo, guardò Gilda con un’espressione che chiaramente diceva Dove cavolo sono finito?
“Tu che ne pensi, Fontana?” Chiese Arturo, rivolgendosi direttamente a lui.
Lo vide scrollare le spalle: “I politici sono tutti ladri.”
“Ma dai!” Disse Arturo. “Sei giovane. Non puoi essere già così… blasé. Dovresti essere incendiario. Appassionato. E…”
“Per carità, non mettergli in testa idee strane!” Intervenne Mariano.
“Macché idee strane, Marià! Ti ricordi come eravamo noi a diciotto anni?”
“Erano tempi diversi.”
“Mio zio e mio papà hanno fatto il ’68.” Spiegò Gilda a Fontana, che sicuramente non lo sapeva. “Con barricate e tutto. E…”
“E niente.” Tagliò corto suo padre. “Io ero lì solo per tenere Arturo fuori dai guai.”
“E non ci è granché riuscito…” Sorrise Arturo.
Il nonno fissò suo figlio: “Non dirmi che vi drogavate e facevate sesso di gruppo di nascosto, oltre che tirare molotov e protestare per cose che non capivate!”
Gilda vide Arturo sopprimere un sorriso: “Ma si figuri, Avvocato. Mariano è sempre stato un bravo ragazzo, al limite della santità.” Mise un braccio attorno alla vita di Federica. “Comunque sia, questa è la mia fidanzata. Federica, questo è l’Avvocato Antonio Prisco. E questo è Fontana, un nostro giovane collega.”
“Piacere.”
“Il piacere è mio.” Disse Federica. “Sei davvero giovanissimo…pensavo che data l’età fossi il ragazzo di Gilda.”
“No”. Disse Gilda, forse un po’ troppo velocemente. “Siamo solo… amici.”
“Amici.” Antonio, che aveva seguito lo scambio con occhi attenti, si rivolse a Fontana: “Dicci un po’… da dove vieni?”
“Da Pisa, Avvocato. Sono in servizio lì.”
“No, dico proprio da dove vieni. Non sarai nato dentro la caserma.”
Il silenzio che seguì fu così denso che si poteva tagliare con un coltello.
“Sono nato a Torino.” Disse Fontana semplicemente. “Ma i miei non erano di lì.”
“E di dove erano?”
“Non lo so.”
“Come non lo sai?”
“Papà.” Disse Mariano con voce bassa. “Lascialo in pace.”
Gilda vide Fontana sorridere: “Non c’è problema.” Poi guardò il nonno. “Non mi ricordo chi sia mio padre. E mia madre è morta quando ero piccolo, quindi mi ricordo poco anche lei.”
Antonio lo fissò per un lungo momento, poi annuì lentamente: “Ah. Capisco.”
“Ecco, ora che abbiamo sistemato l’albero genealogico,” intervenne Arturo con tono scherzoso, “possiamo tornare al vero problema?”
“E quale sarebbe?” Chiese il nonno, sospettoso.
“Che nessuno ha ancora aperto una bottiglia di vino!” Rispose. “Me ne occupo subito io, così voi iniziate a mettere in tavola gli antipasti. Perché ci sono degli antipasti, vero?”
“Ce ne sono abbastanza per un reggimento.” Disse suo papà. “Aiutami a portarli di là, Fontana. E tu, Gilda, aiuta il nonno ad andare a tavola.”
“Non sono mica un invalido!”
Gilda lo ignorò e lo aiutò ad alzarsi, dato che aveva una gamba malandata, ma prima di lasciare la cucina diede un’ultima occhiata a Fontana, tutto concentrato ad aiutare suo padre a tirare fuori da frigorifero e forno quelli che sembravano davvero abbastanza antipasti per un reggimento.
Le venne da sorridere. Forse, nonostante tutto il caos, quel Natale stava diventando perfetto.
Roma, casa Prisco, 24 dicembre 1993, ore 22:30
Il salotto era illuminato dalle luci dell’albero di Natale e da una lampada nell’angolo. Avevano finito di cenare da poco - il sartù era stato un successo nonostante le lamentele del padre di Prisco - e ora erano tutti seduti in cerchio, circondati da pacchetti colorati.
“Allora,” disse Arturo, “chi inizia?”
“I più giovani,” dichiarò Antonio dal suo trono nella poltrona. “Ai miei tempi erano sempre i giovani a iniziare.”
Gilda si alzò e prese un pacchetto da sotto l’albero: “Questo è per il nonno.”
Antonio scartò il regalo con movimenti lenti e metodici, mentre tutti lo guardavano in silenzio. Era una sciarpa di cachemire grigia.
“Hmm,” disse, esaminandola come se fosse un reperto archeologico. “È bella. Ma io ho già una sciarpa.”
“Lo so, nonno, ma puoi averne anche due. O tre. O dieci.” Protestò Gilda.
“Dieci sciarpe? Che stravaganza!”
Arturo scoppiò a ridere: “Avvocato, lei non cambia mai.”
“Suppongo che tu sia il tipo da avere dieci sciarpe.” Il nonno si mise la sciarpa al collo. “Grazie, Gilda. Mi piace.”
Sebastiano guardò Gilda sorridere, e si sentì sorridere a sua volta. Era bellissima quando sorrideva così, con gli occhi che le brillavano. A Pisa aveva frequentato altre ragazze, ma guardando Gilda ora si rendeva conto che nessuna di loro le arrivava neanche alla caviglia.
“Vorrei anche io dare i miei regali…” Disse, facendo un passo avanti.
“Ci hai comprato dei regali?” Si stupì Prisco.
“Ehm... sì. Questo è per lei, Signore.”
Mariano prese il pacchetto con la bottiglia di whisky e lo scartò lentamente. Quando vide il Macallan ‘74, rimase a bocca aperta.
“Fontana... questo... è troppo.”
“No,” disse Sebastiano, sentendo il calore salirgli alle guance. “È il minimo. Per... per tutto quello che ha fatto per me.”
Mariano lo guardò con un’espressione che non riusciva a decifrare, poi si alzò e lo abbracciò. Fu un abbraccio veloce, un po’ rigido e goffo, ma sincero.
“Grazie.” Disse Mariano. “Davvero.”
“Fammelo vedere,” intervenne Antonio, tendendo la mano. Mariano gli passò la bottiglia e il nonno la esaminò con aria critica. “Macallan. Annata ‘74. Che lusso.”
“Papà...” sospirò Mariano.
“Cosa? È un complimento!” Il nonno guardò Sebastiano con nuovo rispetto. “Sai riconoscere la qualità. Mi piaci.”
Sebastiano sorrise e sentì un peso togliersi dalle spalle. L’approvazione del nonno Antonio non sembrava facile da ottenere.
“E questo,” disse, tirando fuori un piccolo pacchetto, “è per Gilda.”
Gilda lo prese e sorrise: “Non dovevi...”
“Aprilo.”
Lei scartò il pacchetto e tirò fuori il segnalibro di pelle marrone, con le sue iniziali incise in oro.
“È... è bellissimo,” disse, passando le dita sulle lettere.
“Davvero ti piace?”
“Certo. È perfetto,” disse Gilda, guardandolo negli occhi. “Davvero. Lo userò sempre.”
“Che cos’è?” chiese Antonio, allungando il collo per vedere meglio.
“Un segnalibro, nonno.”
“Un segnalibro? Ma che regalo è? Ai miei tempi si regalavano gioielli alle ragazze, non pezzi di cuoio!”
“È un regalo pensato,” disse Federica con dolcezza. “Gilda ama leggere. Ed è molto bello come segnalibro.”
Sebastiano si sentì arrossire di nuovo. Gilda continuava a fissare il segnalibro con un sorriso enigmatico, come se non riuscisse a smettere di guardarlo.
“Comunque,” continuò Antonio, “quando ero giovane io, se un ragazzo regalava qualcosa a una ragazza voleva dire qualcosa di preciso. Oggi non si capisce più niente.”
Si girarono tutti a fissarli e Arturo si schiarì la gola: “Antonio, magari...”
“Cosa? Sto solo dicendo che ai miei tempi le cose erano più chiare. O stavate insieme o non stavate insieme. Non c’erano tutte queste complicazioni moderne.”
Sebastiano sentì gli occhi di tutti su di lui e su Gilda, e desiderò che la terra si aprisse e lo inghiottisse. Gilda era rossa come un peperone e fissava il segnalibro come se contenesse i segreti dell’universo.
“Papà, lasciali stare.” Disse Mariano con voce di avvertimento. “Ti hanno già detto che sono solo amici.”
“Va bene, va bene.” Antonio agitò una mano. “Continuate con i vostri regali moderni. E le vostre relazioni moderne. Io continuo a dire che ai miei tempi tutto era più semplice.”
Arturo iniziò a distribuire i suoi regali, e l’atmosfera si rilassò di nuovo. Ma Sebastiano continuava a sentire lo sguardo di Gilda su di lui, e quando i loro occhi si incrociarono, lei gli sorrise in un modo che gli fece scaldare il sangue.
Forse il nonno Antonio non aveva tutti i torti. Forse alcune cose erano davvero più semplici di quanto sembrassero. Tipo scoprire se Gilda fosse davvero fidanzata. In fondo bastava chiedere, no?
Roma, casa Prisco, 25 dicembre 1993, ore 00:45
Gilda aspettò che tutti i rumori in casa si spegnessero prima di alzarsi dal letto. Aveva sentito suo padre chiudere la porta della sua camera venti minuti prima, e il nonno Antonio russava già come una motosega dalla sua camera degli ospiti.
Prese il piccolo pacchetto che aveva nascosto nel cassetto e si avviò verso la camera di Fontana in punta di piedi.
Bussò piano alla porta.
“Avanti,” sussurrò la voce di lui dall’interno.
Entrò e lo trovò seduto sul letto, ancora vestito, che fissava il soffitto con le mani dietro la nuca.
“Non riesci a dormire?” chiese lei, chiudendo la porta alle spalle.
“No. Tu?”
“Neanche.” Si sedette sul bordo del letto, a una distanza prudente. “Troppa adrenalina per l’arrivo di Babbo Natale.”
Fontana rise e si girò su un fianco per guardarla: “È stato bello. La cena, i regali... tutto. Grazie per avermi fatto invitare.”
“È stato bellissimo,” confermò. Poi lo guardò dritto negli occhi. “Però c’è una cosa che non capisco.”
“Cosa?”
“Oggi pomeriggio, quando eravamo fuori da soli... perché non mi hai baciata?”
Fontana si irrigidì: “Gilda...”
“Non dirmi che non ci hai pensato. Ti ho visto guardarmi. Siamo soli. Puoi dirmi la verità.”
Lui sospirò e si sedette, appoggiando la schiena alla testiera: “Pensavo che tu stessi con qualcun altro, all’università.”
“Cosa?” Gilda lo guardò confusa. “Chi te l’ha detto?”
“Nessuno. Ma... hai una vita nuova... era normale che...” Gilda scoppiò a ridere e lui la guardò: “Perché ridi?”
“Perché ho pensato che fossi tu, quello che stava con un’altra.”
Anche lui rise: “E con chi? Vivo in una caserma…”
“Sì, ma non in un monastero.”
Lui distolse lo sguardo e Gilda si avvicinò, fino a che le loro ginocchia si toccarono: “Quindi… siamo tutti e due single. Come a giugno.”
Fontana annuì: “Già. Così sembra.”
“Quindi… te lo devo chiedere io anche questa volta?”
Fontana scoppiò a ridere, poi le prese il viso tra le mani: “No. Questa volta non dovrai chiedere. E nemmeno insistere.”
La baciò. Era diverso dai baci di giugno. Più intenso, più sicuro. Lui era davvero cambiato - non solo fisicamente, ma nel modo di toccarla, di guardarla, di muoversi. Le mani che le accarezzavano i capelli erano più forti, più decise.
Quando si staccarono, Gilda era senza fiato.
“Ecco,” sussurrò. “Questo mi mancava.”
“Anche a me,” disse lui, appoggiando la fronte alla sua. “Più di quanto immaginassi.”
“Ho una cosa per te,” disse lei, porgendogli il pacchetto.
“Un altro regalo?”
“Sì.”
Fontana scartò il pacchetto e ne uscì una foto incorniciata. Era una foto di loro due scattata a maggio, a Venezia, che ridevano per qualcosa che non ricordavano neanche più.
“Hai sviluppato le foto del mio compleanno…”
“Eh già. E questa meritava un ingrandimento.” Gilda arrossì. “Ce ne ho una anche io, nel mio dormitorio. Mi fa sentire meno sola.”
“Ti senti sola, là?” La voce di lui si fece preoccupata.
“A volte. L’università non è come pensavo. La gente è fredda, tutto è complicato, e io...” Si fermò, non volendo sembrare patetica.
“Cosa?”
“Niente. Non importa. Ora sto bene.”
Fontana posò la foto sul comodino e la tirò verso di sé: “No, dai. Dimmelo.”
“Mi mancavate tutti. Tu, papà, Lulù… anche il nonno rompicoglioni. Mi mancava casa.” Gilda sentì la voce spezzarsi leggermente. “Non l’ho detto a nessuno perché non volevo far preoccupare mio papà. Era così orgoglioso quando sono partita...”
“Gil.” Fontana le accarezzò i capelli. “Non sei obbligata a restare lì se non ti piace.”
“Lo so. Ma io voglio restare.”
“Allora resta. E se tutto va bene… tra una decina di mesi sarò anch’io in Inghilterra. Ci vedremo più spesso.”
Si sentì sorridere: “Per fortuna. Perché stare lontana mi ha fatto capire che c’era una cosa che voglio davvero.”
“E cosa vuoi?”
Invece di rispondere, Gilda lo baciò di nuovo, questa volta spingendolo contro i cuscini. Sentì le sue mani scivolare lungo la sua schiena, sotto la maglietta, e un brivido le corse lungo la colonna vertebrale.
“Dobbiamo fare piano…” Sussurrò lui contro le sue labbra.
“Lo so…” Sussurrò lei di rimando, iniziando a sbottonargli la camicia. “Molto, molto piano.”
Da qualche parte nella casa, il nonno Antonio continuava a russare, e il silenzio della notte di Natale li avvolse come una coperta mentre si spogliavano e infilavano sotto le coperte, attenti a ogni respiro, a ogni movimento, a ogni piccolo suono che potesse tradirli.
“Niente mutande di Hello Kitty, questa volta?” Mormorò lui, guardando quelle di pizzo che si era messa prima di andare a bussare alla sua porta, sperando che la serata si concludesse proprio così.
“Se vuoi vado a cambiarmele…”
Le sfiorò il collo con le dita e la guardò negli occhi: “No. Sai che mi piaci nuda.”
“Allora toglimele, Fontana. Cosa aspetti?”
Lui sorrise e la baciò di nuovo, senza dire più niente. Non ce n’era bisogno. In quel momento, l’unica cosa che contava era essere di nuovo insieme.
Roma, casa Prisco, 25 dicembre 1993, ore 01:15
Mariano era seduto nel suo studio al buio, con solo la luce della strada che filtrava attraverso le persiane. In mano teneva un bicchiere di whisky - non quello costoso che gli aveva regalato Fontana, quello poteva aspettare - e fissava il telefono sulla scrivania.
La casa era silenziosa. Suo padre russava dalla camera degli ospiti, Gilda era nella sua stanza, e Fontana nella sua. Era stata una bella serata. La prima volta da mesi che si sentiva davvero a casa, circondato da persone a cui voleva bene.
Ma ora, nel silenzio della notte, tornavano tutti i pensieri che durante il giorno riusciva a tenere a bada.
Lucrezia. La sua bambina, dai nonni materni. Clarissa che aveva fatto di tutto per rovinargli anche questo Natale, per punirlo. Per cosa? Per aver fallito nel matrimonio? Per non essere stato il marito che lei voleva?
E poi c’era Adele.
Otto mesi. Otto mesi da quando lei aveva chiuso la loro storia, stanca di tutto. Stanca di aspettarlo, eternamente, soprattutto. Non so più chi sei. E soprattutto, non so più se tu lo sai.
Aveva ragione, naturalmente. Adele aveva sempre ragione.
Mariano prese il telefono e compose il numero a memoria. Suonò tre volte prima che lei rispondesse.
“Pronto?” La voce di Adele era vigile, come se nemmeno lei stesse dormendo.
“Ciao Adele.” Disse lui a bassa voce.
Un silenzio. Poi: “Mariano.”
“Scusa se ti ho svegliato.”
“Non stavo dormendo.” Un altro silenzio. “Va tutto bene?”
“Sì. No. Non lo so.” Si passò una mano tra i capelli. “Volevo... volevo augurarti buon Natale.”
“Buon Natale anche a te.” La voce di lei si era addolcita. “Come è andata la cena?”
“Bene. C’erano Gilda, mio padre, Arturo e Federica. E ho fatto venire qua Fontana. Ma forse lo sai già…”
“Sì, lo so già. Gilda mi ha detto che voleva chiederti di invitarlo. E immaginavo che le avresti detto di sì.” Era forse un sorriso quello che sentiva nella sua voce. “Come sta, il ragazzino?”
“Bene. È cresciuto. È diventato un bravo ragazzo.”
“È sempre stato un bravo ragazzo. Ma tu non te ne accorgevi.”
Era vero anche quello. Adele aveva sempre visto cose in Fontana che a lui erano sfuggite.
“Adele...”
“Dimmi.”
“Mi manchi.” Le parole gli uscirono prima che potesse fermarle.
Un altro silenzio, più lungo. Poi: “Anche tu mi manchi.”
“Allora perché...?”
“Lo sai perché, Mariano. Non è cambiato niente.”
“Potrebbe cambiare.”
“Potrebbe.” La voce di lei era piena di una tristezza che gli spezzò il cuore. “Ma cambierà?”
Non riuscì a rispondere. Perché la verità era che non lo sapeva. Non sapeva come essere diverso da quello che era. Non sapeva come aprirsi, come lasciarla entrare, come essere l’uomo che lei meritava.
“Mariano...”
“Lo so. Lo so che ho sbagliato tutto. Lo so che non è giusto dirtelo adesso. Ma non so come fare senza di te.”
Sentì Adele sospirare dall’altra parte della linea.
“Ascoltami… non posso continuare a stare con qualcuno che non mi fa entrare nella sua vita davvero. Non posso continuare a sentirmi sempre di troppo.”
“Non eri mai di troppo.”
“Mi sentivo di troppo. E per me è quello che conta.”
Mariano chiuse gli occhi. Sapeva che aveva ragione. Sapeva di averla fatta sentire così, anche se non era mai stata la sua intenzione.
“Cosa devo fare?” Chiese.
“Non lo so. Devi deciderlo tu.”
“E se... e se ci provassi? A cambiare?”
“Ci hai già provato, Mariano. Tante volte.”
“Questa volta potrebbe essere diverso.”
Un altro silenzio lungo. Poi: “Forse. Ma non posso aspettare ancora. Non posso continuare a sperare e rimanere delusa.”
“Lo capisco.”
“Davvero?”
“Sì.” Anche se mentiva. Anche se non capiva niente. “Stai con qualcuno?” Le chiese, odiandosi per la domanda.
“Sì.” Il cuore quasi gli si fermò nel sentirglielo dire. “E tu?”
“No. Non... non riesco neanche a pensarci.” Deglutì. Non ce la faceva più a parlarle. “Comunque sia… ti lascio andare a dormire.”
“Mariano?”
“Dimmi.”
“Sono felice che tu abbia passato un bel Natale.”
“Grazie.” Deglutì di nuovo, a fatica. “Buonanotte, Adele.”
“Buonanotte.”
Riattaccò e rimase seduto al buio, con il bicchiere di whisky in mano e il peso di otto mesi di solitudine sulle spalle. Fuori, Roma dormiva. E lui si chiese se sarebbe mai riuscito a essere l’uomo che Adele meritava, o se era destinato a rimanere sempre quello che era: bravo nel lavoro, ma un disastro negli affetti.
Roma, casa Prisco, 25 dicembre 1993, ore 07:20
Sebastiano si svegliò lentamente, con la sensazione che qualcosa fosse diverso. Ci mise qualche secondo a ricordare dove si trovasse, e poi sentì il peso di un braccio sul petto e il profumo dei capelli di Gilda contro il collo.
Si girò piano per non svegliarla e la guardò dormire. Aveva i capelli spettinati che le cadevano sul viso, le labbra leggermente socchiuse, e quella espressione serena che aveva solo quando dormiva profondamente. Era bellissima.
Quella notte era stata incredibile. Diversa da tutte le altre volte, prima del militare. Forse perché ora si conoscevano meglio, forse perché erano entrambi cresciuti, o forse semplicemente perché era Gilda, e con lei tutto era sempre diverso. Lei si mosse nel sonno, stringendosi di più contro di lui, e Sebastiano sorrise. Non riusciva a credere che fosse davvero lì, nella sua camera, nel suo letto. Dopo tutti i mesi di solitudine al militare, dopo aver pensato che forse lei si fosse dimenticata di lui...
“Mmh…” Mormorò Gilda, aprendo lentamente gli occhi. “Che ore sono?”
“Le sette e venti.”
“È presto.” Si stiracchiò come un gatto, poi lo guardò con un sorriso assonnato. “Ciao.”
“Ciao.” Le sorrise. “Hai dormito bene?”
“Benissimo. Tu?”
“Come un sasso.” Gilda si appoggiò sul gomito per guardarlo meglio. “Anche se qualcuno russava.”
“Io non russo!”
“Non intendevo te. Intendevo il nonno. Si sente anche da qui.”
Come se l’avesse evocato, dalla camera accanto arrivò un suono che sembrava una motosega in avaria.
“Ricordami la prossima volta di portare i tappi per le orecchie…” Ridacchiò Fontana.
Anche Gilda rise, poi si rifece seria: “Sono preoccupata per mio papà.”
“Buffo. Anche lui è preoccupato per te.”
“Perché mai?”
“Perché ti conosce. E credo che si sia accorto che non sei poi così felice, in Inghilterra.” Sospirò. “Dovresti dirgli la verità, Gil. E…”
Non fece in tempo a finire la frase che lei si mise bruscamente a sedere e fece per alzarsi dal letto, tant’è che Sebastiano fece appena in tempo a prenderla per mano per fermarla: “Hey, dove vai?”
“In camera mia.” Rispose senza voltarsi, ma senza nemmeno alzarsi.
“Solo perché ti ho detto che dovresti parlare con tuo padre?”
Per qualche istante non disse niente, poi si girò lentamente verso di lui, gli occhi lucidi: “Non voglio farlo preoccupare, te l’ho detto. Non lo vedi come cazzo è messo? Ci manco solo io che mi lamento perché l’università non è quel posto magnifico che mi immaginavo da anni.”
“Gil… lo vedo come cazzo è messo, ma vedo anche come cazzo sei messa tu. E non voglio vederti così, perché ti voglio bene.”
Lei lo guardò per qualche istante, poi una lacrima le scese lungo il viso e tornò ad accoccolarsi contro di lui: “Anche io ti voglio bene. E proprio per questo con te ne parlo. Ma mio papà… non ha nessuno con cui pararne. Di Adele, intendo. E di come sta male da quando tra loro è finita.”
“Ha Arturo.”
Lei gli scoccò un’occhiata scettica: “Non credo che gli uomini della loro generazione si facciano delle gran confidenze.”
“Magari sì.”
Gilda aggrottò le sopracciglia: “Sai qualcosa che io non so?”
La strinse a sé e le diede un bacio sulla guancia: “So che tuo padre è un adulto. E non è solo. E so che è preoccupato per te. E so che anche tu sei adulta, non sei sola e che sei preoccupata per lui.”
“E tu?”
“Io sono preoccupato per entrambi. Ma so che siete forti e che ce la farete entrambi a sentirvi meglio.”
“Come fai ad esserne così sicuro?”
“Grazie agli anni che ho passato con Margherita sono un esperto di gente perennemente sull’orlo del baratro.” Le accarezzo una guancia. “E voi non siete così.”
Gilda abbassò lo sguardo un secondo, poi lo guardò di nuovo negli occhi: “Scusami. Io… non ti ho nemmeno chiesto come è stato per te passare questo primo Natale senza di lei.”
“Me lo stai chiedendo adesso. Va bene così.”
“E come ti senti, quindi?”
“Bene.” Era vero. “Con te mi sento bene.”
Gilda lo baciò. Lentamente, dolcemente. Poi lo guardò di nuovo: “Anche io mi sento bene con te. Sempre.”
Forse stava per dire altro, ma da qualche parte nella casa sentirono dei passi e la voce burbera del nonno Antonio: “Ma che ore sono? Possibile che non ci sia un cristiano sveglio in questa casa?”
“Merda…” Sussurrò Gilda. “Devo tornare nella mia camera.”
“Aspetta.” Sebastiano la trattenne e lei lo lasciò fare. “Tornerai qui, stasera?”
“Ovvio. È Natale. E comunque…” Sorrise maliziosamente. “Dovrai raccontarmi dove e con chi hai imparato a fare… certe cose.”
“Gilda!”
“Scherzo!” Ridacchiò, infilandosi la maglietta. “Ma solo in parte.”
Lo baciò un’ultima volta, veloce e dolce, poi si avviò verso la porta.
“Fontana?”
“Sì?”
“Sono davvero felice che tu sia qui.”
E prima che lui potesse rispondere, scivolò fuori dalla camera come un fantasma, lasciandolo sdraiato nel letto con un sorriso stupido stampato in faccia.
Da fuori arrivava la voce del nonno che continuava a lamentarsi, ma a Fontana non importava. Era Natale, era felice, e per la prima volta da molto tempo aveva davvero una famiglia.
Anche se era una famiglia decisamente folle.
✨FINE✨
🎄Spero che questo racconto della prima domenica dell’avvento ti sia piaciuto! Se sì, lasciami un cuore o un commento… mi fa sempre piacere parlare dei miei scritti!
✨ Questo è il primo di quattro racconti natalizi delle domeniche d’Avvento: i primi tre saranno gratuiti, il quarto sarà riservato all’Archivio Segreto.
Se vuoi leggerli tutti e non perderti quello speciale del 21 dicembre:
➡️ Iscriviti all’Archivio Segreto
E sì, ho pubblicato anche la ricetta del famoso sartù di riso di Mariano Prisco!
🍅 Il sartù di riso di Mariano
Un timballo di riso coi fiocchi, che fa dimenticare (o quasi) le lamentale di qualsiasi parente brontolone.



Un racconto molto dolce…bello come sempre leggere tutti i tuoi scritti…libri, racconti brevi, piccole chicche che ci fanno conoscere sempre di più i nostri personaggi preferiti e li rendono reali ❤️❤️❤️ un cuore non basta 🥰
Grazie Chiara, davvero molto bello!!! L'ho letto tutto d'un fiato❤️