Gerusalemme, 24 dicembre 1988
Il sole era già basso quando Farah uscì da scuola, ma per le strade non c’era niente che dicesse che era la Vigilia di Natale.
Le botteghe erano aperte come sempre. Le signore con i sacchetti della spesa parlavano tra loro in ebraico, in arabo, qualcuna in inglese. I bambini giocavano a pallone nel cortile della scuola privata accanto, quella dove andavano i bambini ricchi, e ridevano e si rincorrevano come se fosse un giorno qualunque.
Perché per loro era un giorno qualunque.
Farah strinse le cinghie dello zaino e affrettò il passo. Di solito le piaceva camminare per Gerusalemme, guardare le pietre chiare dei muri, sentire le voci mischiarsi. Ma oggi le parole di Yael le rimbalzavano ancora in testa.
Babbo Natale non esiste. Lo sanno tutti. Perché poi perché dovrebbe venire qui? Qui nessuno lo aspetta.
E quando Farah aveva risposto che invece esisteva, che a casa sua veniva ogni anno, gli altri si erano messi a ridere.
Sei strana. Non sei ebrea, non sei araba, non sei niente.
Farah non aveva risposto. Si era seduta al suo banco e aveva guardato fuori dalla finestra fino alla fine delle lezioni, e quando la maestra aveva chiesto se si sentisse bene aveva detto di sì anche se non era vero.
Adesso guardava le strade che conosceva a memoria e le vedeva come le vedevano gli altri. Niente luci colorate. Niente alberi nelle vetrine. Niente canzoni che uscivano dai negozi.
Non come quando erano andati a trovare i nonni e la zia a Como, l’anno prima. Farah si ricordava ancora l’aria che profumava di caldarroste, gli addobbi, le luci e gli alberi di Natale ovunque. Era stato il Natale più bello della sua vita.
Ma a Gerusalemme tutto quello non esisteva. Il 25 dicembre era solo un giorno normale in una città dove il Natale non esisteva.
E se avevano ragione Yael e gli altri?
Se Babbo Natale esisteva davvero, perché avrebbe dovuto venire proprio da lei, in una casa in mezzo a un quartiere dove nessun altro lo aspettava? Come faceva a trovarla? E se si dimenticava di lei perché era troppo complicato, perché lei era troppo strana, perché il papà era cristiano ma la mamma no?
Arrivò al portone del palazzo e salì le scale lentamente, un gradino alla volta.
Quando aprì la porta di casa, un’ondata di calore e di profumi la investì. La mamma era in cucina e cantava Jingle bell rock mentre mescolava qualcosa sul fuoco. Dal salotto arrivava la voce di Davide che urlava “No, la stella la metto io, tu sei troppo piccola!” e quella di Diba che protestava gridando per metà in italiano per metà in israeliano, perché il farsi lei lo parlava poco e male. Il papà rideva e cercava di fare da arbitro.
La nonna Esther era seduta sulla poltrona vicino alla finestra, con il suo maghnaeh rosso e gli occhi verdi che vedevano tutto.
Casa loro era un altro mondo. Una bolla. Solitamente le piaceva quel caos in cui la mamma e la nonna parlavano in farsi, il papà rispondeva in italiano e lei e Davide si parlavano in israeliano o in arabo per non farsi capire dagli adulti, che non avevano imparato bene né l’una né l’altra lingua.
Ma oggi a Farah quella bolla sembrava fragile come una di quelle che Diba faceva con il sapone. Bastava un dito per romperla.
“Farah, sei tornata!” La mamma sporse la testa dalla cucina, il viso arrossato dal vapore. “Vieni, i tuoi fratelli stanno facendo l’albero. Ti stavano aspettando per finirlo.”
Farah guardò il salotto. Davide era in piedi su una sedia, la stella dorata in mano. Diba saltellava cercando di raggiungerlo. L’albero era ancora mezzo spoglio, le scatole delle decorazioni aperte sul pavimento.
Di solito era il momento che preferiva di tutto l’anno.
“Non ne ho voglia,” disse. “Sono stanca.”
Si sedette sul divano, lo zaino ancora sulle spalle, e guardò i fratelli litigare per la stella. Non aveva voglia di toccare le palline di vetro, di appendere le lucine, di fare finta che fosse tutto normale.
La mamma la guardò, poi guardò la nonna. La nonna non disse niente, ma i suoi occhi verdi rimasero fissi su di lei per un lungo momento.
“Azizam, tutto bene?” chiese la mamma.
“Sì.”
Non era vero, e lo sapevano tutte e due.
Ore 22:10
Esther chiuse piano la porta della cameretta di Davide, dove lui già dormiva, e attraversò il corridoio fino alla stanza delle bambine.
Diba era crollata quasi subito, stremata dall’eccitazione della Vigilia e dalla battaglia persa per la stella. Dormiva a bocca aperta, i capelli neri sparsi sul cuscino, una mano che stringeva ancora un filo di lametta dorata.
Ma Farah era sveglia. Fissava il soffitto con quegli occhi verdi che Esther conosceva bene — erano i suoi stessi occhi, passati attraverso Yasmine e arrivati intatti fino a questa bambina di otto anni che non sorrideva da quando era tornata da scuola.
“Non dormi, Farah-joon?”
Farah scosse la testa.
Esther si sedette sul bordo del letto. Le ossa protestavano — sessantadue anni e un inverno umido non erano una buona combinazione — ma il dolore poteva aspettare. Si sistemò la stoffa del maghnaeh e guardò sua nipote.
Per tutta la sera l’aveva osservata. A tavola Farah aveva spinto il cibo nel piatto invece di mangiarlo. Durante il brindisi non aveva alzato il bicchiere. E quando Davide e Diba avevano litigato per chi dovesse appendere la stella, Farah era rimasta seduta sul divano come una piccola statua triste.
“Vuoi dirmi una cosa?” Chiese, accarezzandole i capelli.
“Quale cosa?”
“Quella che ti fa stare così.”
Farah si girò su un fianco, le ginocchia raccolte al petto. Per un momento sembrò che non volesse rispondere. Poi, con una voce piccola: “Niente. È una cosa stupida.”
“Le cose che ci fanno stare male non sono mai stupide.”
Silenzio. Esther aspettò. Aveva imparato da tempo che i bambini parlavano quando erano pronti, non quando li si forzava.
“A scuola...” cominciò Farah, e si fermò.
“A scuola?”
“Yael e gli altri. Hanno detto che Babbo Natale non esiste.”
Esther annuì lentamente: “E tu cosa hai risposto?”
“Che esiste. Che viene a casa nostra ogni anno.” Farah si strinse di più nelle coperte. “E loro hanno riso. Hanno detto che anche se esistesse, perché dovrebbe venire qui? Nessuno lo aspetta. Qui il Natale non c’è.”
La voce le tremava. Esther sentì qualcosa stringersi nel petto.
“E poi hanno detto che sono strana,” continuò Farah. “Che non sono ebrea, non sono araba, non sono niente. Che non c’entro con nessuno.”
Ecco. Eccola, la ferita vera.
Esther guardò sua nipote e vide se stessa quarant’anni prima, giovane sposa arrivata da Shiraz in una Teheran che non capiva da dove venisse né dove appartenesse. Vide Yasmine ventenne, innamorata di un ragazzo italiano, troppo moderna per i parenti iraniani, troppo iraniana per quelli comaschi. Vide tre generazioni di donne sospese tra mondi che non le capivano.
E vide, con una chiarezza improvvisa e dolorosa, la verità che sua figlia Yasmine si rifiutava di vedere.
Non sarebbero mai tornati in Iran.
L’Iran che Esther, Andrea e Yasmin avevano lasciato con Davide e Farah piccolissimi nel 1980 non esisteva più. Era diventato un altro paese, governato da altre leggi, abitato da gente che non voleva una famiglia come la loro, così diversa e senza una sola cultura e una sola tradizione. Yasmine si aggrappava a un sogno morto, e intanto i suoi figli crescevano in un limbo, né qui né là, senza radici e senza casa.
Esther inspirò lentamente. Quel pensiero le faceva male come una lama — la sua terra, i suoi ricordi, il giardino di rose di sua madre a Shiraz, tutto perduto per sempre. Ma il dolore degli anziani poteva aspettare. Quello dei bambini no.
“Azizam,” disse piano. “Posso raccontarti una storia?”
Farah annuì, gli occhi lucidi.
“Quando ero bambina, in Iran, non festeggiavamo il Natale. Festeggiavamo altre cose — Nowruz, il Capodanno persiano, quando arriva la primavera.”
“Lo so. Lo facciamo sempre anche noi, nonna.”
“E sai perché continuiamo a farlo?” Farah scosse la testa e Esther continuò a parlare: “Perché il tuo papà, anche se non è iraniano, ci tiene che io e la mamma e voi bambini lo festeggiate. Così come io ci tengo che festeggiamo il Natale, anche se non è una mia festa.”
“Perché me lo stai dicendo?”
Esther le prese la mano: “Perché, dopo aver lasciato l’Iran, ho imparato che le feste non appartengono ai luoghi. Appartengono alle persone.”
Farah la guardò, incerta.
“Babbo Natale non cerca i paesi dove tutti lo aspettano. Cerca le case dove qualcuno lo aspetta. Cerca i bambini che scrivono la letterina e lasciano i biscotti e credono in lui.” Le accarezzò la guancia. “Tu ci credi?”
“Sì...”
“E Davide e Diba?”
“Anche loro.”
“E allora lui vi troverà. Non importa se siete a Gerusalemme o a Como o in mezzo al deserto. Babbo Natale non ha bisogno di neve e luminarie. Ha bisogno di qualcuno che lo aspetti.”
Farah sembrò pensarci: “Ma gli altri...”
“Gli altri non sanno cosa vuol dire appartenere a tanti posti invece che a uno solo.” Esther le strinse la mano. “Tu sei iraniana e italiana e un po’ anche di qui. Sei fatta di tanti pezzi, e ogni pezzo è un regalo. Non lasciare che nessuno ti dica che non sei niente solo perché non sei come loro.”
Farah rimase in silenzio per un lungo momento. Poi, piano: “Nonna?”
“Sì?”
“Tornerai mai in Iran?”
La domanda la colpì più forte di quanto avrebbe dovuto. Esther guardò la finestra, il cielo scuro di Gerusalemme, e pensò ai monti di Shiraz, alle strade di Teheran che non percorreva da otto anni, al profumo dei gelsomini nel giardino di sua madre a Shiraz.
“Col cuore ci torno spesso,” disse infine. “La mia terra è sempre con me, anche se non posso andarci. E un giorno, quando sarai grande, capirai che casa non è un posto. Casa è dove sono le persone che ami.”
Farah chiuse gli occhi. Esther rimase a guardarla finché il respiro non si fece lento e regolare.
Poi si alzò, le ossa che protestavano di nuovo, e uscì dalla stanza in silenzio.
In corridoio si fermò. Attraverso la porta socchiusa del salotto sentiva Yasmine e Andrea che parlavano a bassa voce, probabilmente sistemando gli ultimi regali sotto l’albero.
Sua figlia. Che aspettava ancora. Che teneva la famiglia sospesa in questo limbo per un sogno che non si sarebbe mai avverato.
Esther pensò a Farah che si sentiva “niente”, a Davide che non aveva amici, a Diba che era troppo piccola per capire ma che presto avrebbe cominciato a fare le stesse domande. Pensò a cosa significava crescere senza appartenere, sospesi tra la nostalgia dei genitori e un presente che non ti accettava.
Era ora di parlare con Yasmine.
L’Iran non li stava aspettando.
Ma da qualche parte c’era una casa che li avrebbe accolti. E forse era ora di andare a cercarla.
Farah aveva chiuso gli occhi, ma non dormiva.
Aveva sentito la nonna uscire dalla stanza, i passi leggeri sul pavimento di legno, la porta che si chiudeva piano. Poi aveva aspettato.
Diba respirava piano nel letto accanto, un fischietto sottile a ogni respiro. Fuori dalla finestra il cielo era nero, senza luna.
Era il momento.
Farah si tirò su a sedere lentamente, centimetro dopo centimetro, attenta a non far scricchiolare il letto. Appoggiò i piedi sul pavimento freddo e rabbrividì. Avrebbe dovuto prendere le pantofole, ma erano dall’altra parte della stanza e non voleva fare rumore.
La nonna aveva detto che Babbo Natale trovava i bambini che lo aspettavano. Che non aveva bisogno di neve e luminarie. Farah voleva crederci — voleva crederci con tutto il cuore — ma le parole di Yael continuavano a ronzarle in testa come zanzare fastidiose.
Perché dovrebbe venire qui? Nessuno lo aspetta.
E se la nonna si sbagliava? E se Babbo Natale guardava Gerusalemme dall’alto e vedeva solo una città dove nessuno lo aspettava, e passava oltre senza fermarsi? Aveva così tante consegne da fare in tutto il mondo… forse Yael aveva ragione. Avrebbe saltato Israele e sarebbe andato altrove.
Doveva controllare. Solo una sbirciatina. Se lo vedeva arrivare, allora sapeva che era vero. E se non lo vedeva...
Non voleva pensarci.
Si alzò in piedi e fece un passo verso la porta.
“Dove vai?”
Farah si bloccò. Si girò lentamente.
Diba era seduta sul letto, i capelli arruffati, gli occhi spalancati nel buio.
“Da nessuna parte,” sussurrò Farah. “Dormi.”
“Non ho sonno.” Diba buttò via le coperte. “Voglio venire anch’io.”
“No. Torna a letto.”
“Dove vai?”
“Da nessuna parte, ti ho detto.”
“Allora perché ti sei alzata?”
Farah strinse i denti. Le sorelle minori erano una maledizione. “Vado in bagno.”
“Bugiarda.” Diba scese dal letto. “Vai a vedere se arriva Babbo Natale, vero?”
“No.”
“Sì invece. Lo so. Voglio venire anch’io.”
“No, tu sei piccola. Torna a dormire.”
“Se non mi porti chiamo la la mamma.”
Farah la fulminò con lo sguardo. Diba ricambiò, le braccia incrociate sul pigiama a fiori, la faccia testarda che faceva sempre quando voleva qualcosa.
“Va bene,” sibilò Farah. “Ma stai zitta. Se fai rumore ti lascio lì.”
“Io non faccio mai rumore.”
“Tu fai sempre rumore.”
“Non è vero.”
“Invece sì.”
“Invece—”
“Ma la volete smettere?”
Tutte e due si girarono di scatto. Davide era in piedi sulla porta, i capelli neri dritti in testa, la faccia assonnata e scocciata.
“Cosa state facendo?” chiese, la voce bassa.
“Farah va a vedere Babbo Natale e non mi vuole portare,” disse Diba.
“Spiona!” sibilò Farah.
Davide le guardò tutte e due. Aveva dieci anni e ultimamente faceva sempre quella faccia — come se sapesse cose che loro non sapevano, come se fosse già grande.
Per un momento Farah ebbe paura che le avrebbe mandate a letto. Che avrebbe chiamato la mamma. Invece Davide sospirò.
“Se andate da sole fate un macello e svegliate tutti,” disse. “Vengo anch’io.”
Farah lo guardò sorpresa. “Davvero?”
“Qualcuno deve tenervi d’occhio.” Fece un cenno con la testa. “Andiamo. E silenzio, tutte e due.”
Uscirono in corridoio in fila indiana: Davide davanti, poi Farah, poi Diba che cercava di camminare in punta di piedi ma faceva comunque rumore. Il pavimento di legno scricchiolava a ogni passo, e ogni volta Farah si bloccava col cuore in gola, sicura che qualcuno li avrebbe scoperti.
Ma nessuno venne.
Arrivarono in fondo al corridoio, dove girava verso il salotto. Davide si fermò e alzò una mano. Farah si fermò anche lei, e afferrò Diba per il braccio prima che andasse a sbattere contro di loro.
Dal salotto arrivavano voci.
Farah si sporse piano oltre l’angolo. La porta del salotto era socchiusa, e dalla fessura usciva una lama di luce dorata. Vedeva l’albero di Natale che brillava, le lucine che si riflettevano sulle palline di vetro.
Ma non c’era Babbo Natale.
C’erano la nonna, seduta sulla poltrona. La mamma, in piedi vicino alla finestra. Il papà, seduto sul divano con le mani intrecciate.
E stavano parlando.
E non di una cosa qualunque.
Di qualcosa che riguardava loro.
* * *
Esther guardava sua figlia e suo genero da qualche minuto, chini sotto l’albero di Natale.
Yasmine sistemava i pacchetti avvolti nella carta dorata, spostandoli di qualche centimetro a destra e poi di qualche centimetro a sinistra, come se la disposizione perfetta dei regali potesse in qualche modo sistemare tutto il resto. Andrea le passava i pacchi più grandi, quelli che erano stati nascosti nell’armadio della loro camera per settimane.
Una scena normale. Una famiglia normale alla Vigilia di Natale.
Ma Esther conosceva sua figlia da trentadue anni, e sapeva riconoscere la tensione nelle sue spalle, il modo in cui evitava di incrociare lo sguardo del marito. C’era stata un’altra discussione, prima. Ce n’erano sempre, ultimamente.
“I bambini dormono,” disse Esther dalla porta.
Yasmine alzò la testa: “Tutti e tre?”
“Tutti e tre.”
“Anche Farah?”
Esther annuì, ma qualcosa nella sua espressione dovette tradirla, perché Yasmine aggrottò le sopracciglia.
“Madar? Tutto bene?”
Esther sospirò: “Devo parlarvi di una cosa.”
Andrea si raddrizzò, un pacco ancora in mano. Guardò Esther, poi sua moglie, poi di nuovo Esther. Esther vide il momento esatto in cui capì di cosa si trattava — quel ragazzo aveva trentacinque anni ma era come se si portasse addosso la stanchezza di un vecchio.
Senza dire niente, Andrea si avvicinò alla tavola ancora non sparecchiata e si versò un bicchiere di vino rosso. Si sedette sul divano e bevve un sorso lungo, il gesto di un uomo che aveva fatto questa conversazione troppe volte.
“Cosa c’è, mamma?” chiese Yasmine, la voce già sulla difensiva.
Esther la guardò. Sua figlia. La bambina che correva nel giardino di Shiraz, la ragazza che ballava allo Sheraton con le amiche, la donna che aveva attraversato deserti e frontiere per tenere insieme la sua famiglia. Yasmine aveva i suoi stessi occhi verdi, la sua stessa testardaggine, il suo stesso cuore che non sapeva arrendersi. E proprio per questo Esther sapeva che quello che stava per dire l’avrebbe ferita.
“Ho parlato con Farah,” cominciò. “Prima di metterla a letto.”
“E?”
“E mi ha detto cosa è successo a scuola.”
“Cosa è successo?” Chiese Andrea.
“Le hanno detto che Babbo Natale non verrà perché qui nessuno lo aspetta. Le hanno detto che è strana — che non è ebrea, non è araba, non è niente.” Esther fece una pausa. “Le hanno detto che non appartiene a nessun posto.”
Il silenzio che seguì fu pesante. Andrea fissava il suo bicchiere di vino. Yasmine si era immobilizzata, un pacco dorato stretto tra le mani.
“Sono bambini,” disse infine sua figlia. “Non sanno quello che dicono.”
“I bambini dicono quello che sentono dire ai grandi.” Esther si sporse in avanti. “Yasmine, Farah pensa di essere niente. Di non appartenere da nessuna parte. Di essere sbagliata perché non è una cosa sola.”
“E tu cosa le hai detto?”
“Che essere fatti di tanti pezzi è un regalo, non una maledizione. Che la nostra famiglia è bella perché abbiamo tante tradizioni diverse. Che Babbo Natale arriva dove c’è qualcuno che la aspetta.” Esther sospirò. “Ma le mie parole non bastano, Yasmine. Non contro quello che sente ogni giorno a scuola. Non contro quello che vede per strada.”
Andrea alzò finalmente lo sguardo. Non disse niente, ma i suoi occhi incontrarono quelli di Esther, e lei ci lesse qualcosa che somigliava alla gratitudine.
Stasera non era solo.
“Cosa stai cercando di dire, mamma?” La voce di Yasmine era tagliente adesso, i muri già alzati.
Esther prese un respiro: “Sto dicendo che forse è ora di andare via da qui.”
Yasmine rise, ma non c’era allegria in quel suono “Ti ci metti anche tu adesso?”
“Yasmine—”
“No.” Yasmine si alzò in piedi, il pacco dorato abbandonato sul pavimento. “No. Tu eri l’unica che capiva. L’unica che non mi faceva sentire pazza per voler restare. E adesso anche tu ti metti dalla sua parte?”
Indicò Andrea, che non si mosse. Bevve un altro sorso di vino, gli occhi fissi sulla moglie.
“Non è una questione di parti,” disse Esther, la voce calma.
“Invece sì. È sempre una questione di parti. Lui vuole tornare in Italia, nella sua bella Como, dalla sua bella famiglia, dove tutto è facile e perfetto—”
“La mia famiglia è tutto tranne che perfetto.” Si inserì lui. “ E comunque ti adorano e lo sai.”
“Non è questo il punto!”
“E qual è il punto, Yasmine?” Andrea posò il bicchiere sul tavolino con un gesto controllato. “Qual è il punto? Perché io non lo capisco più. Sono otto anni che aspettiamo. Davide è nato mentre già sapevamo che stava per andare tutto in vacca. Farah è nata mentre aspettavamo il lasciapassare per scappare. Diba è nata in un rifugio per sfollati. Ma noi continuiamo ad aspettare.”
“E cosa aspettiamo?” Gli fece eco Esther, anche se conosceva già la risposta.
Yasmine si girò verso di lei, gli occhi lucidi: “Che le cose cambino. Che possiamo tornare a casa.”
“In Iran?”
“Sì, in Iran. A casa nostra. Dove siamo nati, dove siamo cresciuti, dove—”
“Dove non possiamo più vivere.” Esther si alzò dalla poltrona e si avvicinò a sua figlia. “Yasmine, ascoltami. Io amo la mia terra più di quanto tu possa immaginare. Porto Shiraz nel cuore ogni giorno, ogni minuto. Il giardino di mia madre. Le montagne. Il profumo dei gelsomini in primavera. E Teheran. E te bambina, che correvi in giro con tuo padre.” La voce le tremò, ma continuò. “Ma quell’Iran non esiste più.”
“Non è vero.”
“Invece sì.” Esther le prese le mani. “L’Iran in cui sei cresciuta tu — le feste, le amiche, i vestiti che volevi, la musica rock che ascoltavi — quello non c’è più. È finito nel 1979. Quello che c’è adesso è un altro paese, con altre leggi, dove io e te non potremmo camminare per strada come camminavamo prima.”
Yasmine scosse la testa, ma non ritirò le mani.
“Tu eri bellissima a vent’anni,” continuò Esther. “Con i tuoi vestiti all’occidentale e i capelli al vento. Andavi a ballare con le amiche, bevevi champagne alle feste, eri libera. Io e tuo padre ti abbiamo lasciata libera di innamorarti e sposarti con questo splendido ragazzo straniero. Italiano. Cattolico. Diverso da noi. Ma sai benissimo che non tutti vedevano bene il vostro matrimonio.” Strinse le mani di sua figlia. “E sai anche che quella ragazza non può più esistere laggiù. Non le permetterebbero di esistere. Non permetterebbero la vostra vita diversa, le vostre culture mischiate, i tuoi bellissimi capelli sempre scoperti e le tue bambine che dicono al fratello di stare zitto.”
“Le cose possono cambiare—”
“Forse. Un giorno. Ma i tuoi figli stanno crescendo adesso. Farah soffre adesso. Davide non ha amici adesso. Non possiamo aspettare un forse che potrebbe non arrivare mai.”
Yasmine abbassò la testa. Una lacrima le scivolò sulla guancia, ma non fece niente per asciugarla.
Andrea si alzò dal divano e le si avvicinò: “Tua madre ha ragione. Non ti sto chiedendo di dimenticare,” disse piano. “Non ti sto chiedendo di smettere di amare il tuo paese. Ti sto chiedendo di dare ai nostri figli un posto dove possano essere felici.”
“E Como—”
“O Londra. O New York. O dovunque vuoi. Basta che sia un posto dove Farah non torni a casa pensando di essere niente. O strana.”
Yasmine alzò lo sguardo verso sua madre: “Tu ce la fai? A rinunciare?”
Era la domanda vera. L’unica che contasse.
Esther ci pensò. Pensò a Shiraz, al giardino, alle rose di sua madre che ormai sarebbe stata troppo vecchia per curare. Pensò alle strade di Teheran che cominciavano a svanire nella memoria. Pensò a sessantadue anni di vita, otto dei quali dei quali passati lontano da casa. Erano solo otto eppure sembravano un’eternità.
“No,” disse onestamente. “Non ci riesco. Non ci riuscirò mai.” Accarezzò il viso di sua figlia. “Ma posso scegliere cosa amare di più. E io amo i miei nipoti più di quanto ami un paese che non ci vuole più.”
Yasmine chiuse gli occhi. Le lacrime scendevano liberamente adesso.
Andrea le mise una mano sulla spalla, e questa volta lei non si scostò.
“Non stanotte,” disse Yasmine alla fine, la voce rotta. “Non decidiamo stanotte.”
“No,” concordò Esther. “Stanotte è Natale. Stanotte i bambini dormono e aspettano Babbo Natale.”
“Ma domani—”
“Domani ne parliamo.” Andrea le baciò la tempia. “Con calma. Insieme.”
Yasmine annuì lentamente. Poi, con un gesto che Esther non si aspettava, si girò e abbracciò sua madre, forte, come non faceva da quando era bambina.
Gerusalemme, 25 dicembre 1988
Yasmine non aveva dormito.
Aveva finto, per un po’. Si era sdraiata accanto ad Andrea, aveva chiuso gli occhi, aveva cercato di rallentare il respiro. Ma la mente non si fermava. Girava e girava come un’anima in pena tornando sempre allo stesso punto.
L’Iran che amavamo non esiste più.
Le parole di sua madre. Le parole che non voleva sentire, che si era rifiutata di sentire per anni, che quella notte l’avevano colpita come uno schiaffo.
Accanto a lei Andrea dormiva. Dopo l’abbraccio con sua madre, dopo le lacrime, si erano ritirati in camera in silenzio. Andrea le aveva preso la mano nel buio, ma non aveva detto niente. Sapeva che non era il momento.
Yasmine aveva passato la notte a fissare il soffitto, a pensare.
Aveva pensato a Teheran. Alla festa allo Sheraton dove aveva incontrato Andrea, nel 1976 — lei in minigonna, i capelli lunghi e sciolti, il rossetto rosso che sua madre aveva fatto finta di non approvare. Aveva vent’anni e il mondo era suo. Ballava con le amiche, beveva champagne, flirtava con quel ragazzo italiano dagli occhi gentili che parlava un farsi terribile ma ci provava lo stesso.
Si erano sposati nel 1977 e nel 1978 era nato Davide. Le era parso che tutto fosse perfetto, che a ventidue anni il mondo fosse suo.
L’anno dopo, quel mondo era finito.
Aveva pensato alla fuga. I confini attraversati di fretta, i documenti ottenuti da Andrea tramite l’ambasciata italiana, il terrore di essere fermati. Sua madre che stringeva la borsa con dentro le foto di famiglia, le uniche cose che era riuscita a salvare. Suo padre che non c’era più, morto l’anno prima, ma che almeno non aveva dovuto vedere cosa era diventato il suo paese.
Aveva pensato agli anni nel campo profughi, prima che lasciassero passare il confine a tutti. Perché Yasmine si era rifiutata di lasciare indietro sua madre, l’unica senza un documento italiano. Farah che nasceva in una tenda, minuscola e urlante e perfetta. La polvere, il freddo, l’incertezza. Andrea che andava e veniva, cercando di costruire una vita per loro da qualche parte, dovunque li avrebbero accettati.
Aveva pensato a Gerusalemme. La città santa, la città contesa, la città che non apparteneva a nessuno e a tutti. L’avevano scelta perché era vicina — vicina all’Iran, vicina al sogno di tornare, vicina abbastanza da poter partire in fretta quando le cose sarebbero cambiate.
Ma le cose non erano cambiate.
E i suoi figli stavano crescendo sospesi, come lei. Né di qua né di là.
Farah pensa di essere niente.
Quello, più di tutto, le aveva tolto il sonno.
La luce dell’alba filtrava dalle persiane quando sentì i primi rumori dal corridoio. Passi leggeri, bisbigli eccitati, una risatina soffocata.
Un secondo dopo la porta si spalancò.
“Mamma! Papà! È Natale!”
Diba saltò sul letto come una piccola furia, atterrando in mezzo a loro. Andrea grugnì e si tirò su a sedere, i capelli in disordine. Davide apparve sulla porta, cercando di sembrare troppo grande per queste cose ma tradito dal sorriso. E Farah era dietro di lui, gli occhi ancora un po’ gonfi di sonno ma luminosi.
“Babbo Natale è venuto!” Annunciò Diba, rimbalzando sulle ginocchia. “Ci sono un sacco di regali! Davide ha contato, sono almeno venti!”
“Diciassette,” corresse Davide.
“Possiamo aprirli? Possiamo? Dai, alzatevi!”
Yasmine guardò i suoi figli. Tutti e tre, lì, in quel letto che non era abbastanza grande per contenerli tutti. Diba che non stava ferma un secondo. Davide che faceva il grande ma non vedeva l’ora. Farah che la guardava con quegli occhi verdi — gli occhi di sua madre, gli occhi di sua nonna — come se aspettasse qualcosa.
“Andiamo,” disse Andrea, la voce arrochita dal sonno. “Prima che Diba sfasci il letto.”
Il salotto era già pronto. La nonna Esther aveva preparato il tè — quello persiano, forte e profumato — e una colazione che nessuno avrebbe toccato: pane, formaggio, marmellata di rose, frutta. L’albero brillava nell’angolo, e sotto c’erano i pacchetti che Yasmine e Andrea avevano sistemato la sera prima.
“Buongiorno,” disse Esther, seduta sulla sua poltrona con una tazza tra le mani. I suoi occhi incontrarono quelli di Yasmine per un istante — una domanda silenziosa — ma Yasmine distolse lo sguardo.
Non ancora. Non sapeva ancora.
I bambini si lanciarono sui regali. Diba strappava la carta senza nemmeno guardare cosa c’era dentro, passando al pacco successivo. Davide era più metodico, apriva con cura, esaminava, metteva da parte. Farah apriva i suoi regali piano, come se volesse far durare il momento.
Yasmine si sedette sul divano e li guardò. Andrea le si sedette accanto, le mise una mano sul ginocchio. Lei non si scostò, ma non disse niente.
Osservava.
Guardava Diba che strillava per una bambola. Guardava Davide che ammirava il libro sui dinosauri che aveva chiesto senza sosta da mesi. Guardava Farah che accarezzava il set del piccolo chimico come se fosse un cucciolo.
E pensava: Li ho tenuti sospesi per nove anni. Per un sogno che non si avvererà.
“Mamma?”
Farah era in piedi davanti a lei. Aveva qualcosa in mano — un pacchetto piccolo, avvolto in carta blu.
“Questo è per te. Da parte di tutti e tre.”
Yasmine prese il pacchetto. Era leggero, morbido.
“L’abbiamo scelto insieme,” disse Davide, avvicinandosi. “Io, Farah e Diba.”
“Io ho scelto il colore!” annunciò Diba.
“E la nonna ha pagato.” Disse Farah.
Yasmine sorrise — il primo vero sorriso di quella mattina — e aprì la carta.
Dentro c’era una scatolina di velluto. E dentro la scatolina, un ciondolo d’oro su una catenina sottile.
Lo prese in mano. Era un ovale, semplice, liscio. Lo girò.
Da un lato, incisi in lettere piccole e precise, c’erano tre nomi e tre date.
Davide, 10 novembre 1978.
Farah, 27 gennaio 1980.
Diba, 2 agosto 1982.
Dall’altro lato, in caratteri persiani:
Ti vogliamo bene, Madar.
Yasmine si fermò.
Fissò quella parola — Madar, mamma — e qualcosa dentro di lei si ruppe. Ma non nel modo in cui si era rotta la sera prima, non con dolore. Si ruppe come si rompe un argine quando non serve più, quando l’acqua deve scorrere ma sena fare danni.
I suoi figli. Tutti e tre. Con le loro date di nascita — una prima della rivoluzione, due dopo, tutti nati in esilio in un modo o nell’altro. E quella parola in farsi, la lingua che lei aveva insegnato loro, la lingua che cercava di parlare il più possibile in casa, la lingua che avrebbero portato con sé ovunque fossero andati.
Sua madre aveva ragione. Casa non era un luogo.
Era questo. Questi tre bambini. Questi nomi. Questa parola.
Alzò lo sguardo. Farah la stava fissando, il viso serio, come se sapesse che quel regalo significava qualcosa di più di un semplice ciondolo. Come se avesse capito che la sua mamma aveva bisogno di qualcosa a cui aggrapparsi.
Yasmine guardò sua madre. Esther aveva gli occhi lucidi, la tazza di tè dimenticata in mano.
Guardò Andrea. Lui la fissava, il fiato sospeso, come se non osasse sperare.
E poi guardò di nuovo i suoi figli. Davide, ancora piccola ma già grande. Farah, con quegli occhi che vedevano sempre troppo. Diba, che ancora non capiva ma che un giorno avrebbe capito.
“È bellissimo,” disse. La voce le tremava. “Grazie.”
Si mise il ciondolo al collo. Lo sentì freddo contro la pelle, poi sempre più caldo.
“C’è una cosa che devo dirvi,” disse.
I bambini si fermarono. Andrea si irrigidì accanto a lei. Sua madre posò la tazza.
Yasmine prese un respiro. Le parole erano lì, pronte. Le aveva pensate tutta la notte senza saperlo.
“L’anno prossimo,” disse, “non festeggeremo il Natale qui.”
Silenzio. Diba aggrottò le sopracciglia, confusa.
“E dove lo festeggeremo?” chiese Davide.
Yasmine sorrise. “In Europa. Ci trasferiamo.”
Per un momento nessuno si mosse. Poi Diba urlò “Evviva!” forse senza nemmeno sapere bene perché, e Davide disse “Davvero?” con una voce che cercava di sembrare neutra ma non ci riusciva.
E Farah — Farah sorrise. Un sorriso vero, grande, luminoso. Il primo da quando era tornata da scuola il giorno prima.
Yasmine sentì gli occhi di Andrea su di lei, increduli, grati, pieni di amore. Sentì lo sguardo di sua madre, pieno di orgoglio.
Ma guardava solo Farah.
Ecco, pensò. Ecco perché lo faccio.
Si toccò il ciondolo sul petto. I nomi dei suoi figli, le loro date, quella parola in farsi che significava tutto.
Aveva ragione sua madre. L’Iran non li stava aspettando. Ma il futuro sì.
IL FUTURO
Como, 25 dicembre 2018 Ore 2:30
La cucina era silenziosa, illuminata solo dalla luce sopra i fornelli.
Farah si fermò sulla porta. Sua madre era seduta al tavolo con una tazza tra le mani, lo sguardo perso da qualche parte oltre la finestra. Il vapore del tè saliva sottile nell’aria fredda.
“Non dormi?” Le chiese .
Yasmine alzò lo sguardo e sorrise: “Potrei chiederti la stessa cosa.”
Farah si sedette di fronte a lei. La cucina era cambiata negli anni — elettrodomestici nuovi, piastrelle diverse — ma l’odore era lo stesso. Tè persiano e qualcosa di dolce che restava nell’aria anche ore dopo che si era finito di cucinare.
“Ti preparo una tazza?”
“Faccio io.” Ma Farah non si mosse. Rimase a guardare sua madre, i capelli raccolti in una treccia, le mani sottili intorno alla tazza. A sessantacinque anni Yasmine era ancora bella, di quella bellezza che non aveva bisogno di trucco o artifici.
“Cosa c’è, azizam?” Yasmine la studiava con quegli occhi che vedevano sempre troppo. “Stai bene?”
“Sì.” Poi, dopo un momento: “È stato un anno complicato.”
Yasmine annuì. Non aveva bisogno di chiedere dettagli. Li conosceva tutti. O quasi.
“Mamma?”
“Sì?”
“Ti ricordi quel Natale a Gerusalemme? Quando avevo otto anni?”
Yasmine la guardò, sorpresa: “Certo che me lo ricordo. È stato l’ultimo Natale là.”
“Quello in cui avete deciso di andare via.”
“Sì.” Yasmine posò la tazza. “Perché me lo chiedi?”
Farah esitò. Erano passati trent’anni e non gliel’aveva mai detto. Non aveva mai trovato il momento giusto, o forse non ne aveva mai sentito il bisogno. Ma stanotte era diverso.
“Quella notte io, Davide e Diba vi abbiamo sentiti parlare.”
Yasmine sbatté le palpebre: “Come?”
“Eravamo in corridoio. Volevamo vedere se arrivava Babbo Natale.” Farah sorrise. “E invece abbiamo sentito te, il papà e la nonna.”
Yasmine rimase in silenzio per un lungo momento. Poi, piano: “Non l’ho mai saputo.”
“Non te l’abbiamo mai detto. Eravamo bambini, non capivamo tutto. Ma capivamo abbastanza.” Farah guardò le proprie mani. “Capivamo che stavate decidendo qualcosa di importante. Qualcosa che ci riguardava.”
“E cosa avete capito, esattamente?”
“Che tu non volevi andare via. Che la nonna ti ha convinto. Che il papà era dalla sua parte ma non osava dirtelo.” Farah alzò lo sguardo. “E che l’hai fatto per noi. Lo abbiamo capito dopo, mettendo insieme i pezzi. Da grandi.”
Yasmine non disse niente. I suoi occhi si erano fatti lucidi, ma non pianse.
“Non me ne sono mai dimenticata,” continuò Farah. “Anche quando ero adolescente e litigavamo per tutto. Anche quando sono andata via di casa e non ti chiamavo mai. Soprattutto...” Si fermò. “Soprattutto quest’anno. Quando le cose si sono fatte difficili.”
“Farah...”
“Volevo ringraziarti.” Le parole le uscirono più roche di quanto avrebbe voluto. “Per quella notte. Per quella decisione. Per aver scelto noi invece del sogno di tornare in Iran.”
Yasmine allungò una mano sul tavolo e prese quella di sua figlia. Le dita erano calde, nonostante l’ora tarda e il freddo.
“Non è stata una scelta difficile,” disse piano. “Non davvero.”
“La nonna ha detto che lo era.”
“Tua nonna è sempre stata più saggia di me. Aveva capito prima quello che io mi rifiutavo di vedere.” Yasmine strinse la mano di Farah. “Ma quando ho guardato te, quella mattina di Natale... quando hai sorriso perché avevo detto che ci saremmo trasferiti... ho capito che non stavo rinunciando a niente. Stavo solo scegliendo cosa amare di più.”
Farah sentì qualcosa stringerle la gola. Non pianse — non era il tipo — ma dovette aspettare un momento prima di parlare.
“Ti voglio bene, mamma.”
“Anch’io, azizam.” Yasmine le accarezzò il dorso della mano. “Anch’io. E comunque la nonna aveva ragione. È il 2018 e l’unica che è tornata in Iran sei stata tu e con qualche diavoleria di documento falso del tuo lavoro.”
Farah scoppiò a ridere: “Madar!”
Anche sua madre sorrise: “Lo so, lo so. Mi hai fatto vedere mille foto. E la nonna ha ragione. Oggi come oggi non durerei più di dieci minuti là. Ma non mi sono mai coperta i capelli in vita mia e non tornerò in Iran finché non potrò tornarci come voglio io.”
“Coi capelli al vento e la minigonna?”
“Farah, ormai sono troppo vecchia per le minigonne!” Sbottò sua mamma. Ma poi sorrise: “Però ho ancora dei bei capelli.”
“E ti piace comandare a bacchetta il papà e Davide.”
Sua madre sorrise: “E mi piace avere due figlie intelligentissime e zuccone che non si fanno mettere i piedi in testa. E non si arrendono mai. Ma che hanno anche un cuore d’oro, ognuna a modo suo.”
Si strinsero di nuovo la mano e rimasero così per un po’, in silenzio, con il vapore del tè che si dissolveva nell’aria e il buio della notte oltre la finestra.
Poi Yasmine si alzò: “Vado a dormire, che domani mattina dorò aiutare la nonna a cucinare il suo folle pranzo di Natale mezzo iraniano e mezzo italiano. Vieni su anche tu?”
“Tra poco.”
Sua madre le passò accanto e le baciò la testa, come faceva quando Farah era bambina.
“Tutto quello che è successo quest’anno,” disse, fermandosi sulla porta, “è parte del puzzle. Sei fatta di tanti pezzi, ricordi? E ogni pezzo è un regalo.”
Farah sorrise. Le parole della nonna, passate di generazione in generazione.
“Me lo ricordo.”
Yasmine annuì e uscì, i passi leggeri sul pavimento.
Farah rimase sola in cucina, con il tè ormai freddo e il silenzio della notte intorno. Si toccò il piccolo nazar che portava al collo, poi si alzò, spense la luce, e andò a dormire anche lei.
Spero che questo racconto di Natale ti sia piaciuto. Fammelo sapere nei commenti ❤️


Bellissimo racconto di una piccola parte di vita di Farah. Come al solito sei stata speciale nel raccontarlo e immaginare di essere in quei momenti li con loro, come personaggi ignoti non visibili.
Grazie di tutto
Alberto
bellissimo racconto, toccante e intimo. Abbiamo conosciuto meglio Farah e la sua incredibile famiglia.