"Natale con i tuoi" đ
Un racconto di Natale sulla famiglia Locatelli
đŻď¸ Seconda domenica dellâAvvento â Natale con i tuoi
Questa domenica torniamo al 1991, quando la famiglia Locatelli si era appena trasferita a Milano ed era decisamente in subbuglio!
Ce la farĂ il giovane Marco a salvare il Natale con il suo estro da giovane chef?
Milano, 22 dicembre 1991
Elizabeth piegò lâennesima maglia che non avrebbe avuto tempo di indossare e la infilò nella valigia aperta sul letto. Dalla finestra della camera entrava la luce grigia del pomeriggio milanese â erano appena le tre e i lampioni di via Goldoni si stavano giĂ accendendo uno dopo lâaltro. Sul comodino la radiolina gracchiava le previsioni del tempo: neve in Alto Adige, pioggia al Centro-Sud, temperature in calo ovunque.
Il telefono squillò e lei si precipitò in salotto a rispondere.
âPronto?â
âCiao, amore.â La voce di Augusto arrivava lontana, piena di fruscii. âCome va?â
âTutto bene. Sto preparando la valigia per Bressanone.â Si appoggiò al muro e abbassò la voce. âTu come stai? Ci sono novitĂ ?â
Silenzio. Solo il ronzio della linea.
âAugusto?â
âSono qui.â Sospirò. âLa situazione è molto tesa, Lissie. Non so se riuscirò a tornare per Natale.â
Elizabeth si ritrovò a fissare il calendario appeso di fianco al telefono. Qualcuno â Giulio, probabilmente â aveva cerchiato il 24 dicembre con un pennarello rosso e ci aveva disegnato intorno delle stelline.
âCosa vuol dire che non sai se riesci a tornare?â
âVuol dire che il Colonnello ha sospeso tutti i permessi. Ieri sera hanno trovato una macchina piena di esplosivo vicino alla caserma.â
Lei chiuse gli occhi. Unâaltra macchina. Unâaltra bomba. Da quando Augusto era stato trasferito in Sicilia si era fatta spiegare comâerano fatte le auto blindate, quanti uomini câerano nelle scorte, quali erano i percorsi piĂš sicuri. Come se sapere le cose servisse a qualcosa. Come se farsi promettere che sarebbe stato attento avesse potuto in qualche modo annullare il pericolo.
âMa tu stai bene?â
âCerto, tesoro. Ma non posso prometterti niente per il 24.â
La porta della camera di Greta si aprĂŹ e richiuse con un tonfo e un secondo dopo sua figlia comparve in corridoio, i capelli raccolti in una coda storta e lâaria di chi ha una richiesta urgente da fare.
âMamma, posso andare al cinema stasera con la Claudia? Danno Robin Hood al Colosseo.â Elizabeth le fece segno di aspettare, ma Greta non era il tipo da aspettare: âĂ lâultimo giorno! Domani lo tolgono!â
âUn secondo.â CoprĂŹ il microfono con la mano. âNe parliamo dopo, Greta.â
âMa dopo è tardi per chiamare la Claudia!â
Dal telefono arrivò la voce di Augusto: âChi câè? Greta?â
âSĂŹ, vuole andare al cinema.â
âLasciale fare, dai. Deve pur distrarsi un poâ...â
Dalla cucina arrivò la voce di Marco: âMamma! Hai comprato la farina di mandorle?â
Elizabeth sospirò: âMarco, sono al telefono con il papĂ !â
Un attimo di silenzio, poi Marco comparve in salotto con un grembiule addosso e un cucchiaio di legno in mano: âMa i biscotti li devo fare oggi. E la farina di mandorle non câè.â
âGuarda bene nella dispensa.â
âHo guardato. Non câè.â
Greta si intromise: âAllora posso andare o no al cinema?â
âLissie?â La voce di Augusto dal telefono. âCi sei ancora?â
âSĂŹ, scusa, è un manicomio.â Si massaggiò la tempia. âSenti, ti richiamo dopo cena, va bene?â
âVa bene. Ma Lissie...â
âDimmi.â
âCi proverò. A tornare. Te lo prometto.â
âLo so.â DeglutĂŹ. âStai attento.â
âSto sempre attento.â
Riattaccò e si ritrovò con due paia di occhi puntati addosso.
âAllora?â Chiese Greta.
âSĂŹ, sĂŹ, vai pure al cinema.â Le indicò il telefono. âChiama la Claudia e organizzatevi. Ma dopo il film subito a casa, ok?â
Greta sparĂŹ in camera sua e Marco la fissò ancora un secondo: âE la farina di mandorle?â
âMarco, non è che posso materializzarla dal nulla. La compriamo domani mattina.â
âMa la ricetta dice che lâimpasto deve riposare tutta la notte.â
âAllora faremo dei biscotti diversi.â
Lui la guardò con unâespressione che suggeriva che fare dei biscotti diversi fosse un crimine contro lâumanitĂ , ma non disse niente e tornò in cucina.
Elizabeth si appoggiò al muro e chiuse gli occhi.
Una macchina piena di esplosivo.
Permessi sospesi.
Respirò a fondo e cercò di non pensarci. Doveva finire la valigia. Doveva partire lâindomani mattina presto per Bressanone perchĂŠ sua madre aveva avuto un mancamento, suo papĂ aveva una gamba rotta e suo fratello era dallâaltra parte del mondo su una spiaggia assolata per una vacanza. Beato lui. Rimaneva solo lei, dunque, che doveva organizzare tutto perchĂŠ i ragazzi potessero cavarsela da soli fino al suo ritorno.
Doveva fare un sacco di cose.
Ma lâunica cosa che voleva davvero era che suo marito fosse lĂŹ, al sicuro, con loro.
Giulio fissava il libro aperto sulle ginocchia, ma le parole gli scivolavano davanti agli occhi senza lasciare traccia. Non riusciva a concentrarsi.
Dalla sua stanza sentiva la voce della mamma al telefono in salotto. Non sentiva tutto, ma una cosa era chiara: era successo di nuovo qualcosa di brutto a Palermo e suo papĂ era proprio lĂŹ. In pericolo.
Sai cosa fanno ai carabinieri in Sicilia, Locatelli? Li fanno saltare in aria. Boom. Pezzettini.
Si alzò, si appoggiò allo stipite e chiuse gli occhi. Tagliaferri gli diceva cose del genere quasi ogni giorno, da quando aveva scoperto che suo padre era stato trasferito laggiÚ.
Tuo padre è un uomo morto. Lo sai, vero?
Non lo aveva detto a nessuno. Non alla mamma, che giĂ si preoccupava abbastanza. Non a Marco, che probabilmente avrebbe risposto qualcosa di poco utile. Non a Greta, che gli avrebbe solo detto di non dare retta a quello scemo. Come se fosse cosĂŹ facile.
SentÏ la mamma riattaccare il telefono, poi la voce di Greta che chiedeva qualcosa del cinema, poi Marco che parlava di biscotti. Aspettò che le voci si allontanassero, poi uscÏ dalla stanza.
La trovò in salotto, appoggiata al muro con gli occhi chiusi.
âMamma?â
Lei li riaprĂŹ e gli sorrise, ma era un sorriso stanco: âCiao, amore. Tutto bene?â
Giulio annuĂŹ. Poi, prima di pensarci troppo: âPosso venire con te a Bressanone?â
La mamma lo guardò e lui vide qualcosa passarle sul viso â sorpresa, forse, o qualcosâaltro che non sapeva riconoscere.
âGiulio... te lâho detto, non è una vacanza. La nonna non sta bene e io devo solo andare a controllare che sia tutto a posto perchĂŠ il nonno ha la gamba ingessata e nessuno può...â
âMa posso aiutarti! E poi...â Cercò una scusa che suonasse convincente. âE poi a Bressanone câè giĂ la neve. Lâho sentito alla radio.â
âLo so che câè la neve.â Gli si avvicinò e gli mise una mano sulla guancia. âMa ho bisogno che tu resti qui con Marco e Greta. Sei il piĂš piccolo, ma sei anche il piĂš responsabile di tutti e tre. Lo sai, vero?â
Non lo sapeva. O forse sĂŹ. Ma non era per quello che voleva andare con lei.
âMa saremo qua da soli?â
âSĂŹ, ma solo per una notte. Il 24 mattina torno. E se avete bisogno di qualsiasi cosa la signora Monti mi ha giĂ detto che vi aiuterĂ lei.â
Giulio si sforzò di non alzare gli occhi al cielo. La loro vicina del terzo piano non gli era mai piaciuta. Puzzava di vecchio e gli dava sempre i pizzicotti sulle guance, come se fosse un bambino piccolo. Si augurò con tutto il cuore di non avere bisogno di niente.
âE se il papĂ non torna per Natale?â
La domanda gli uscĂŹ prima che potesse fermarla. Vide la mamma irrigidirsi appena, poi sforzarsi di sorridere di nuovo: âFarĂ di tutto per tornare. Me lo ha promesso.â
âMa se non ci riesce?â
âAllora festeggeremo quando torna. Faremo un Natale bis. Con lâalbero, i regali, tutto.â
Giulio abbassò lo sguardo. Un Natale bis. Come se fosse la stessa cosa.
âHey.â La mamma gli sollevò il mento con un dito. âCosa câè? Câè qualcosa che non mi stai dicendo?â
Per un secondo fu tentato di raccontarle tutto. Di Tagliaferri, delle cose che gli diceva, della paura che si portava dentro da mesi. Ma poi vide le occhiaie scure sotto i suoi occhi, la ruga tra le sopracciglia che non câera lâanno prima, e si trattenne.
âNiente. Ă solo che... volevo vedere il nonno.â
Lei lo guardò ancora un secondo, come se non gli credesse del tutto, poi lo attirò a sÊ e lo abbracciò.
âTornerò prestissimo. E quando torno, e quando torna il papĂ , faremo il Natale piĂš bello di sempre. E poi andremo a trovare il nonno a Bressanone, tutti insieme. E a sciare. Dâaccordo? â
Giulio annuĂŹ contro la sua spalla.
Non le credeva nemmeno un poâ. Ma non glielo disse.
Palermo, 23 dicembre 1991
Augusto si versò un bicchiere dâacqua e guardò lâorologio appeso sopra la porta dellâufficio. Le cinque e mezza del pomeriggio. Le riunioni non erano finite, ma prima della successiva voleva provare a chiamare Lissie. La sera prima, alla fine, non erano riusciti a risentirsi e quella mattina nemmeno, ma ora era certo che lei fosse arrivata a Bressanone dai suoi e valeva la pena fare un tentativo. Si sedette alla scrivania e guardò la foto dei ragazzi che Giulio gli aveva dato prima della partenza. Per quando ti manchiamo, aveva scritto sul retro con la sua calligrafia ancora un poâ infantile. Augusto la guardava tutte le volte che si sedeva lĂŹ.
Dalla finestra si vedeva il cortile interno della caserma, dove due appuntati stavano fumando. In sottofondo si sentiva il gracchiare di una radio sintonizzata sul giornale radio â la solita litania di morte che aveva imparato a memoria in quei mesi.
Compose il numero di casa dei suoi suoceri e aspettò. Uno squillo, due, tre.
âPronto?â La voce di Lissie era strana.
âCiao, tesoro. Ti disturbo?â
âNo, no.â Una pausa. âFigurati.â
âCome sta tua madre?â
Silenzio. Poi un sospiro lungo.
âMia madre sta benissimo.â
âCome benissimo? Non avevi detto che stava male?â
âAveva mal di schiena. Un colpo della strega, Augusto. Ha chiamato piangendo come se fosse in fin di vita e io come unâidiota ho mollato tutto e sono corsa qui.â
âMi stai dicendo che non era niente di grave?â
âTi sto dicendo che mia madre è unâipocondriaca e che io ci casco sempre.â La sentĂŹ sbuffare. âE adesso sono bloccata qui fino a domani mattina quando finalmente potrò tornarmene a casa e non sentirla piĂš lamentarsi di come io e Thomas siamo i figli peggiori del mondo.â
âE i ragazzi?â
âI ragazzi sono a casa da soli da stamattina, ma la signora Monti li tiene dâocchio ed è lĂŹ, se dovessero avere bisogno.â
âMa stanno bene?â
Unâaltra pausa.
âMarco mi ha chiamato tre volte per chiedermi dove sono le uova. Greta ce lâha con me perchĂŠ le ho vietato di uscire oggi che non ci sono. E Giulio...â
âGiulio cosa?â
âGiulio mi ha chiesto se può venire a prendermi alla stazione. Da solo. In tram. Ha undici anni, Augusto.â
Suo malgrado sorrise: âBeh, almeno lui ha spirito dâiniziativa.â
âNon è divertente.â Ma anche nella sua voce câera una punta di sorriso. âSono stanca. Sono stanca di fare tutto da sola, di essere sempre io quella che deve tenere insieme i pezzi mentre tu sei laggiĂš a...â
Si interruppe.
âA cosa?â
âNiente.â
âLissie.â
âA farti ammazzare, Gus.â La voce le tremò appena. âEcco a cosa.â
Augusto si passò una mano sulla faccia. Fuori dalla finestra i due appuntati avevano finito di fumare e stavano rientrando.
âIo sto bene, Lissie. Sto attento.â
âLo so che stai attento. Ma stare attento non è bastato a Ferraro. E nemmeno a quel ragazzo di Napoli, come si chiamava...â
âMontana. Ferraro e Montana.â
âEcco. Vedi che li sai a memoria anche tu?â
Non rispose. Li sapeva a memoria perchĂŠ erano colleghi. PerchĂŠ ogni nome nuovo sulla lista era un promemoria di quello che poteva succedere anche a lui.
âTornerai per Natale?â Chiese Lissie, e nella sua voce câera qualcosa che assomigliava a una supplica.
âNon lo so ancora. Ă difficile dirlo, dopo quello che è successo la settimana scorsa.â
âQuello che è successo la settimana scorsa...â RipetĂŠ lei. âSai che i ragazzi guardano il telegiornale adesso? Tutte le sere. Anche Marco. Si siedono lĂŹ e stanno zitti, e io so che stanno cercando di capire se sei ancora vivo.â
Augusto chiuse gli occhi: âLissie, io...â
âNo, scusa. Non volevo...â Inspirò. âĂ che non ho dormito e sono in questa casa gelida e mia madre continua a lamentarsi della schiena e io non ce la faccio a essere gentile con lei quando penso che i miei figli sono a Milano da soli alla vigilia di Natale.â
âOggi è solo il 23.â
âLo so che giorno è, Augusto.â
Rimasero in silenzio qualche secondo. Dal corridoio arrivò la voce del colonnello.
âDevo andare.â Disse lui. âMa Lissie... ci provo. A tornare. Non so come, ma ci provo.â
âNon promettermi niente.â
âNon ti sto promettendo niente. Ti sto dicendo che ci provo.â
La sentĂŹ sospirare: âVa bene.â
âTi amo.â
âAnche io.â Una pausa. âE Gus?â
âSĂŹ?â
âStai attento. Per favore.â
âSempre.â
Riattaccò e rimase seduto ancora un minuto, a fissare la foto dei ragazzi sulla scrivania. Marco serio, Greta col suo sorriso da furbetta, Giulio che faceva le corna dietro la testa della sorella.
Doveva trovare il modo di tornare a casa.
Bressanone, 24 dicembre 1991
Elizabeth fissò il tabellone delle partenze e sentÏ lo stomaco contrarsi.
TRENO 342 BRESSANONE-VERONA-MILANO: CANCELLATO
Intorno a lei la stazione era un caos di valigie, cappotti e voci esasperate. Una famiglia con tre bambini piccoli stava litigando con un ferroviere, una coppia di anziani se ne stava seduta su una panchina con lâaria rassegnata di chi ha giĂ capito che non arriverĂ da nessuna parte, e la fila alla biglietteria si allungava fino quasi allâingresso.
Si mise in coda e guardò lâorologio. Le nove e venti. A quellâora avrebbe dovuto essere giĂ sul treno, a sfogliare una rivista e a contare le fermate che la separavano da casa.
La fila avanzò di una persona.
Pensò a sua madre, la sera prima, seduta in poltrona con la coperta sulle gambe e lâaria di una che sta benissimo. Quando ti ho chiamato, Elizabeth, stavo molto peggio, te lo assicuro.
Non le aveva risposto. Non le aveva fatto notare che per via di un mal di schiena qualunque aveva lasciato i suoi tre figli da soli a Milano. Non le aveva ricordato che suo marito era in Sicilia e che ogni sera guardava il telegiornale col terrore di sentire il suo nome. Non le aveva detto che probabilmente non sarebbe stato a casa a Natale. Le aveva solo detto che sarebbe ripartita, che voleva tornare dai suoi ragazzi, a casa.
Se non vi foste trasferiti a Milano saresti giĂ a casa tua. A dieci minuti da qui.
Come se fosse stata una scelta egoista. Come se non lâavessero fatto per Marco, che lĂŹ a Bressanone continuava a essere bocciato perchĂŠ non riusciva a studiare in tedesco, che ogni anno era sempre piĂš indietro rispetto agli altri, sempre piĂš chiuso in se stesso. A Milano aveva ricominciato da zero e per la prima volta in vita sua non era piĂš lâultimo della classe. Era rifiorito.
Ma questo a sua madre non importava.
La fila avanzò di unâaltra persona.
Elizabeth guardò di nuovo lâorologio. Le nove e trentacinque. I ragazzi la pensavano in treno per Bolzano. Li aveva chiamati la sera prima per dire che sarebbe partita alle nove, che sarebbe arrivata per pranzo, che avrebbero avuto tutto il pomeriggio per preparare i biscotti e la cena insieme, come facevano sempre.
Finalmente arrivò il suo turno. Lâimpiegato dietro al vetro aveva lâaria di uno che aveva giĂ ricevuto troppe lamentele quella mattina.
âMi dica.â
âIl treno per Milano è stato cancellato. Câè unâalternativa?â
Lâuomo digitò qualcosa sul computer, sbuffò, digitò ancora.
âCâè un regionale per Bolzano alle dieci e quindici. Da Bolzano può prendere lâinterregionale per Verona delle undici e quaranta. A Verona coincidenza con lâespresso per Milano delle quattordici e dieci. Arrivo a Milano Centrale alle diciassette e cinquantadue.â
Le sei di sera. Sarebbe arrivata alle sei di sera.
âNon câè niente di piĂš diretto?â
âSignora, è la vigilia di Natale. Ă giĂ tanto se trova un posto a sedere.â
Comprò il biglietto e si allontanò dalla biglietteria. Doveva chiamare i ragazzi.
Trovò una cabina telefonica libera, infilò una manciata di monete e compose il numero di casa. Rispose Greta dopo due squilli.
âMamma! Sei a Bolzano?â
âNo, tesoro. Il treno è stato cancellato.â
âCome cancellato?â
âCâè stato un guasto o qualcosa del genere, non lo so.â Si massaggiò la tempia. âHo trovato unâaltra combinazione, con un paio di coincidenze, ma arrivo alle sei di sera, se tutto va bene.â
âAlle sei?!â La voce di Greta si alzò di unâottava. âMa avevi detto che arrivavi per pranzo! E i biscotti? E la cena?â
âLo so, Greta, lo so. Ma non posso farci niente.â
SentĂŹ la voce di Marco in sottofondo: âChe succede?â
âLa mamma arriva alle sei. Se arriva!â Rispose Greta, lontana dal telefono. âIl treno è stato cancellato!â
Poi di nuovo la voce di Marco, questa volta piĂš vicina: âAlle sei? Ma la cena?â
âRagazzi, ascoltatemi...â Cominciò Elizabeth.
âE se perdi una coincidenza?â Chiese Greta. âPapĂ dice sempre che le coincidenze sono una rottura e che si finisce sempre per perderle.â
âNon le perderò.â
âMa se le perdi?â
âGreta, non lo so, va bene? Non lo so cosa succede se perdo la coincidenza!â Si sentiva la voce che le tremava e si odiò per quello. âFaccio quello che posso, ma non posso controllare i treni!â
Un attimo di silenzio, poi Greta parlò di nuovo: âPotevi non andare a Bressanone, dato che la nonna non aveva niente.â
Elizabeth chiuse gli occhi: âGreta, tesoroâŚâ
âCe lo hai detto tu ieri sera al telefono!â La interruppe sua figlia. âChe era solo un colpo della strega.â
âSĂŹ, ma quando sono partita non lo sapevo. Pensavo che stesse male davvero.â
âE invece no. E adesso siamo qui da soli e tu sei bloccata lĂŹ e il papĂ chissĂ dovâè e...â La sentĂŹ sbuffare. âĂ tutta colpa tua!â
âGreta, ti prego...â Inspirò, cercando di calmarsi. âPassami Giulio.â
Un rumore di telefono che passava di mano, poi la voce di suo figlio, piĂš sottile del solito: âMamma?â
âCiao, amore. Hai sentito?â
âSĂŹ.â Una pausa. âPapĂ lo sai se torna?â
Quella domanda le si conficcò da qualche parte nel petto. Lo sapeva che Giulio ci pensava sempre, al padre. Lo sapeva che aveva paura. Ma sentirglielo chiedere cosÏ, con quella voce da bambino...
âNon lo so, Giulio. Ieri mi ha detto che ci provava, ma...â Le si spezzò la voce. âNon lo so.â
âMamma, stai piangendo?â
Era cosĂŹ. Stava piangendo. In una cabina telefonica della stazione di Bressanone, con la gente che passava fuori e la guardava, stava piangendo come unâidiota.
âMamma?â
âSenti, Giulio, io...â Cercò di riprendere il controllo, ma non ci riuscĂŹ. Era troppo. Era tutto troppo. âIo non ce la faccio piĂš, va bene? Sono quattro mesi che vostro padre è in Sicilia e io non dormo, e vostra nonna mi fa sentire in colpa per tutto, e adesso sono bloccata qui e voi siete lĂŹ da soli e...â
âMamma...â
âIl Natale questâanno sarĂ un disastro, facciamocene una ragione. Non câè niente da festeggiare. Quando torno ordiniamo una pizza e basta.â
Attaccò prima che lui potesse rispondere.
Rimase ferma nella cabina per un minuto intero, le mani che tremavano, il respiro corto. Sapeva di aver sbagliato. Sapeva che non avrebbe dovuto dire quelle cose, non a Giulio, non cosĂŹ. Ma in quel momento non aveva piĂš niente da dare a nessuno.
Si asciugò le lacrime con il dorso della mano, raccolse la borsa e si avviò verso il binario.
Milano, 24 dicembre 1991
Giulio rimase con il telefono in mano a fissare il muro.
La mamma aveva attaccato. La mamma stava piangendo e aveva attaccato.
âMa cosâè che ha?â Greta si lasciò cadere sul divano e incrociò le braccia. âPrima se ne va a Bressanone per niente e adesso se la prende con noi?â
Marco era in piedi in mezzo al salotto, immobile: âHa detto che ordiniamo una pizza.â
âE allora?â
âĂ la vigilia di Natale. Non si mangia la pizza alla vigilia di Natale.â
âMarco, non è questo il problema!â
Giulio riappoggiò la cornetta. La mamma non piangeva quasi mai. Lâaveva vista piangere quando Marco era stato bocciato per la terza volta e unâaltra volta quando lei e il papĂ avevano litigato perchĂŠ lui doveva andare in Sicilia. Ma cosĂŹ, con lui, con quella voce spezzata... mai.
âDobbiamo chiamare il papĂ .â Disse.
Greta sbuffò: âE cosa gli dici? Che la mamma è impazzita?â
âGli dico che deve tornare a casa.â
âGiulio, il papà è in Sicilia. Non può tornare solo perchĂŠ glielo dici tu.â
Ma lui aveva giĂ sollevato di nuovo la cornetta e stava componendo il numero della caserma. Lo sapeva a memoria perchĂŠ la mamma lo teneva attaccato al frigo con un magnete.
Uno squillo. Due. Tre.
âCaserma Carini, buongiorno.â
âBuongiorno, cerco il Maggiore Locatelli per favore.â
âChi lo cerca?â
âSono suo figlio Giulio.â
Una pausa, poi la voce dallâaltra parte si fece meno formale: âMi dispiace, ma tuo padre non è in sede stamattina. Vuoi lasciare un messaggio?â
âNo, grazie. Provo sul cellulare.â
Attaccò e cercò di ricordarsi il numero. Lo sapeva, lo sapeva... la mamma glielo aveva fatto ripetere cento volte. Compose le cifre e aspettò.
Squillò dieci volte, poi cadde la linea.
Riattaccò e si appoggiò al muro. Greta e Marco lo stavano guardando.
âAllora?â Chiese sua sorella.
âIn caserma non câè. E sul cellulare non risponde.â
âTe lâavevo detto che era inutile.â
Giulio la ignorò. Stava cercando di pensare. Câera il nonno, a Bressanone. Lui avrebbe saputo cosa fare. Fece per sollevare di nuovo la cornetta, ma Greta lo fermò.
âCosa fai?â
âChiamo il nonno.â
âIl nonno ha la gamba rotta. Non può fare niente.â
âMa magari...â
âE comunque risponderebbe la nonna. Vuoi parlare con lei? Ă per colpa sua che la mamma non è qui con noi.â
Greta aveva ragione. Non voleva parlare con lei.
Lasciò ricadere la mano.
Non câera nessuno da chiamare. Il papĂ era irraggiungibile, la mamma era a Bressanone a piangere, il nonno era fuori uso e la nonna era parte del problema. La signora Monti del terzo piano non contava, perchĂŠ la signora Monti non poteva far tornare il papĂ dalla Sicilia o far arrivare la mamma prima.
Si sedette per terra, con la schiena contro il muro, e si tirò le ginocchia al petto.
âGiulio?â La voce di Greta era diversa adesso. Meno arrabbiata. âStai bene?â
Scosse la testa. Sentiva qualcosa che gli premeva in gola e dietro gli occhi, e sapeva che se avesse provato a parlare si sarebbe messo a piangere. E non voleva piangere. Era il piĂš piccolo, ma non voleva fare il bambino. Solo che in quel momento si sentiva esattamente cosĂŹ. Un bambino che voleva solo che i suoi genitori fossero a casa.
âLa mamma non piange mai cosĂŹ.â Mormorò alla fine.
Greta sospirò. Anche lei adesso sembrava meno sicura di sÊ.
âLo so.â
Marco non si era mosso. Era ancora in piedi in mezzo al salotto, ma Giulio si accorse che aveva quellâespressione che aveva quando stava pensando a qualcosa di importante, quella con le sopracciglia aggrottate e lo sguardo fisso nel vuoto.
âLa mamma torna alle sei.â Disse Marco allâimprovviso.
âSe non perde la coincidenza.â Precisò Greta.
âSe non perde la coincidenza.â RipetĂŠ lui. âMa anche se arriva alle sei, câè tempo.â
âTempo per cosa?â
Marco li guardò, prima Greta e poi Giulio: âPer preparare la cena.â
âMarco, la mamma ha detto che ordiniamo una pizza.â
âLa mamma ha detto cosĂŹ perchĂŠ è impazzita. Non si può mangiare la pizza alla Vigilia.â Fece una pausa. âPosso fare la cena io.â
Giulio alzò la testa: âTu?â
âSĂŹ.â
âDa solo?â
âMi aiutate voi.â
Greta lo fissò: âVuoi che noi tre prepariamo la cena della vigilia? Da soli? Senza la mamma?â
âSĂŹ.â Marco annuĂŹ, come se fosse la cosa piĂš ovvia del mondo. âCosĂŹ quando la mamma torna è giĂ tutto pronto. Non deve fare niente. E sarĂ meno triste anche se il papĂ non câè perchĂŠ almeno avrĂ da mangiare qualcosa di buono invece che una pizza.â
Giulio guardò suo fratello. Marco non sorrideva, perchĂŠ Marco non sorrideva quasi mai, ma nei suoi occhi câera qualcosa che assomigliava a una certezza. Come se avesse trovato la soluzione a un problema di matematica particolarmente difficile.
Greta alzò gli occhi al cielo: âMarco, i sentimenti non funzionano cosĂŹ. Non basta una cena per dimenticare che tuo marito non câè.â
âVoglio cucinare lo stesso.â
âHai quindici anni.â
âQuasi sedici. E ho dei libri di ricette. Li ho studiati.â
Rimasero tutti e tre in silenzio per qualche secondo. Dalla finestra entrava la luce grigia del mattino e da qualche parte, in strada, qualcuno stava cantando Tu scendi dalle stelle a squarciagola.
Giulio si tirò su da terra: âOk.â
âOk cosa?â Chiese Greta.
âOk, proviamoci.â
Lei alzò gli occhi al cielo: âFate quello che volete. Io vado in camera a chiamare la Claudia. Almeno lei mi capisce!â
La guardarono andare via, stizzita, poi Giulio guardò Marco: âDimmi cosa devo fare.â
Marco spinse la porta di casa con la spalla, le braccia cariche di sacchetti della spesa che minacciavano di rompersi da un momento allâaltro. Dietro di lui, Giulio trascinava i piedi e sospirava ogni tre passi.
âMarco, questi scampi costano quanto la spesa di una settimana intera!â
âCosa ne sai di quanto costa la spesa della settimana?â
âVado spesso a farla con la mamma.â
âBeh, non importa. Se facciamo le cose, le facciamo bene.â Marco posò con cura i sacchetti sul bancone della cucina e iniziò a tirare fuori gli ingredienti uno per uno. âGuarda questi gamberi. Sono perfetti.â
âSono carissimi pure quelli.â
âSono perfetti.â RipetĂŠ, sollevando un gambero e osservandolo contro la luce. âGelmetti ha il pesce migliore di Milano.â
Giulio si appoggiò al frigorifero: âLa mamma ci ucciderĂ quando scoprirĂ che abbiamo speso tutti i soldi di emergenza per una cena. Dice sempre che non vanno toccati a meno che uno di noi non stia morendo dissanguatoâŚâ
âOra cominci anche tu a non capire i modi di dire, Giulio?â
La voce di Greta lo fece sobbalzare e girare. Sua sorella era comparsa sulla porta della cucina e non sembrava piĂš arrabbiata.
âTu non eri di lĂ a lagnarti con la Claudia?â Chiese Marco tirando fuori il trancio di salmone avvolto nella carta oleata. âAvevi detto che non ci avresti aiutato. Se sei qui a disturbarci nonâŚâ
âHo cambiato idea, ok?â Lo interruppe lei. âQuindi piantala di fare lâoffeso.â Poi guardò Giulio. âE tu smettila di preoccuparti per i soldi. Questa è unâemergenza.â Rivolse loro un sorriso soddisfatto: âVenite a vedere cosa ho fatto mentre voi eravate a fare la spesa.â
I due fratelli la seguirono nel salotto e Marco si fermò sulla soglia, genuinamente impressionato. La tavola da pranzo era apparecchiata con la loro migliore porcellana e le posate dâargento che la mamma tirava fuori solo a Natale e Greta aveva disposto candele di diverse altezze al centro, circondate da rami di pino.
âDove hai trovato quei rami?â
âLi aveva comprati la mamma per fare la ghirlanda. Erano in terrazzo.â Greta si mise le mani sui fianchi, orgogliosa del suo lavoro. âChe ne dite? La ghirlanda non la so fare, ma anche cosĂŹ stanno bene, no?â
âĂ bellissima.â Giulio si avvicinò al tavolo. âĂ come la fa la mamma.â
Marco annuĂŹ: âSĂŹ. Ă bella. Ora però devo cucinare, quindi voi due non dovete rompermi le scatole.â
âCosa prepari?â Chiese Greta.
âPatè di mare come antipasto.â
âE cosâè?â
âĂ una terrina di scampi, gamberi, salmone fresco e affumicato con gelatina di pesce.â Marco tornò in cucina e aprĂŹ La Cucina Italiana sulla ricetta che aveva segnato con un post-it. âPoi linguine al salmone, branzino al sale con contorni, e panettone con crema al mascarpone.â
Giulio lo guardò a bocca aperta: âMa sei impazzito? Sono tipo dieci portate!â
âQuattro.â Lo corresse Marco. âE non sono impazzito. Voglio fare una cena perfetta. E finalmente ho la cucina tutta per me.â
âFinalmente? Vuoi dire che sei felice che la mamma non sia qui?â
Marco non rispose. Si lavò le mani con cura e indossò un grembiule: âLa mamma quando torna a casa deve trovare tutto pronto e capire che non aveva motivo di preoccuparsi.â
Greta si sedette al bancone: âE se bruci tutto?â
âNon brucerò niente.â Marco prese gli scampi e iniziò a controllarli uno per uno. âSo cucinare meglio di tutti voi messi insieme.â
Prese il tegame piĂš grande che avevano e lo mise sul fuoco, versandoci lâolio e, quando iniziò a scaldarsi, ci buttò dentro gli scampi e i gamberi, sentendo subito il sibilo della cottura che lo tranquillizzò.
Questo sapeva fare. Cucinare. Non sapeva gestire le telefonate disperate della mamma o le preoccupazioni di Giulio, ma sapeva cucinare.
âGiulio, portami il brandy che câè nel mobile degli alcolici.â
Quando suo fratello tornò aprÏ la bottiglia e ne versò mezzo bicchiere nel tegame. Le fiamme si alzarono per un istante e Marco abbassò il fuoco, esattamente come diceva la ricetta.
âMadonna!â Esclamò Greta. âHai dato fuoco a tutto!â
âNo. Ă normale quando si profuma con il brandy.â Marco mescolò con cura i crostacei. âIl fuoco fa evaporare lâalcool e lascia solo il sapore.â
Salò e pepò, poi mise il coperchio e abbassò la fiamma. Sul fornello accanto mise a bollire il brodo di pesce che aveva comprato già pronto.
âMa se la mamma non torna in tempo per cena?â Chiese Giulio, da qualche parte dietro di lui.
Marco aprĂŹ la busta della gelatina in polvere: âTornerĂ .â
âE se il papĂ invece non torna per niente?â
âAllora ceneremo senza di lui.â
âMa non è triste?â
Marco versò la gelatina nel brodo bollente e mescolò fino a che non si sciolse completamente: âĂ triste che non ci siano. Ma è piĂš triste non avere niente da mangiare.â
La veritĂ era che lui non sapeva se fosse triste o no. Non sapeva mai bene cosa provasse quando succedevano le cose brutte. Sapeva solo che cucinando si sentiva calmo e che voleva preparare una cena perfetta.
Prese il trancio di salmone e lo mise nella vaporiera: âGiulio, puoi aprire la confezione del salmone affumicato? Greta, puoi prendere lo stampo rettangolare dal mobile in alto?â
âQuale stampo?â
âQuello che usa la mamma per il polpettone.â
âSĂŹ, chef.â
Greta lo stava prendendo in giro, lo capiva dal tono e dal fatto che lei fosse sarcastica la maggior parte delle volte che apriva bocca, ma Marco si sentĂŹ sorridere. Gli piaceva essere chiamato chef. Nelle cucine professionali era cosĂŹ: ognuno il suo rango, ognuno il suo posto. Ordine e disciplina. Zero spazio per complicazioni emotive e sentimenti incomprensibili.
Mentre i suoi fratelli si muovevano per la cucina, aprĂŹ il mixer e mise dentro il salmone affumicato. Anche il rumore delle lame che tritavano il pesce gli piaceva. Era un suono preciso, controllato.
Quella sera avrebbero avuto una cena di Natale perfetta, anche senza i loro genitori. E la mamma, quando fosse tornata, avrebbe capito che oltre a insegnargli che cucinare era bello gli aveva anche insegnato che era un modo per tenere insieme la famiglia.
Giulio si appoggiò al bancone della cucina e guardò lâorologio sul forno. Le sette. Di solito a quellâora la mamma e il papĂ erano in salotto a bere lâaperitivo mentre aspettavano lâora di cena, mentre Marco metteva la musica di Natale e lui e Greta assaggiavano di nascosto la crema di mascarpone. La nonna si lamentava del freddo â e di tutto il resto â il nonno e lo zio ridevano e sembrava proprio Natale.
Ma non quella sera.
La cucina era silenziosa e profumava di mare e di branzino, ma sembrava stranamente vuota nonostante tutti i piatti pronti sui ripiani. Al contrario della mamma, Marco era ordinatissimo e aveva pulito tutto in maniera perfetta giĂ mentre cucinava e ora stava controllando per lâennesima volta che il patè fosse perfettamente rappreso. Niente caos. Niente musica. Niente risate.
âĂ venuto bene.â Disse suo fratello, soddisfatto. âEsattamente come nella foto del libro.â
Giulio non rispose. Guardò di nuovo lâorologio e sospirò: âProvo a chiamare il papĂ .â
Andò al telefono e compose il numero del cellulare di suo padre, ma anche questa volta non ci fu risposta. Riappoggiò la cornetta e tornò in cucina.
âNiente?â
âNiente.â
Marco scrollò le spalle: âStarĂ lavorando.â
âSe sta lavorando vuol dire che non arriverĂ qui e che non ci sarĂ a Natale.â
âEsatto.â
Giulio lo fissò: âPerchĂŠ devi sempre dire le cose peggiori?â
âNon dico le cose peggiori. Dico quelle probabili.â Marco aprĂŹ il forno e controllò la temperatura. âĂ diverso.â
âNon è diverso! PerchĂŠ dici cose da stronzo?â
âIo non sono stronzo. Sono pratico.â Scrollò le spalle. âE la mamma non vuole che tu dica le parolacce.â
Giulio sentÏ gli occhi che gli si riempivano di lacrime e le scacciò sbattendo le palpebre. Non poteva mettersi a piangere come un bambinetto proprio adesso.
âE se non tornano per niente?â
Marco chiuse il forno e si voltò verso di lui: âAllora ceniamo senza di loro. Tanto il cibo câè.â
âMa è Natale!â
âE allora? Il cibo non cambia sapore se è Natale o se è un giorno normale.â
âNon è questione del cibo!â Giulio alzò la voce. âĂ questione che siamo da soli! Che la mamma stamattina piangeva al telefono! Che il papà è bloccato in Sicilia! Che noi...â
âNoi cosa?â
âNoi siamo tre bambini!â
Marco lo guardò con aria perplessa: âIo ho quasi sedici anni. Non sono un bambino.â
âMa io sĂŹ!â Giulio sentĂŹ la voce che gli tremava. âIo ho undici anni e voglio la mamma e il papĂ a casa per Natale!â
Marco rimase immobile qualche secondo, poi scrollò le spalle: âNon possiamo farci niente.â
In quel momento arrivò Greta, che li guardò entrambi: âPerchĂŠ Giulio ha quella faccia?â
âPerchĂŠ la mamma e il papĂ non sono ancora arrivati.â Rispose Marco.
âE lui ha detto che fa niente se non arrivano, che tanto la sua cena sarĂ buona lo stesso!â Esplose Giulio.
Greta tirò unâocchiataccia a Marco, che come al solito non si scompose, poi si avvicinò a Giulio e gli mise una mano sulla spalla: âNon lo pensa veramente. E soprattutto non devi pensarlo tu.â
âMa se non arrivano e rimaniamo da soli?â
âNon siamo da soli. Siamo insieme.â Greta lo guardò negli occhi. âSai cosa facciamo? Andiamo a vestirci eleganti come facciamo sempre la vigilia. Io mi metto il vestito rosso, tu la camicia e la cravatta della cresima, e anche Marco si veste come una persona normale invece che come un becchino.â
Marco si guardò i vestiti: âIl nero è pratico. CosĂŹ non devo fare abbinamenti. PerchĂŠ ioâŚâ
âSĂŹ, sĂŹ, perchĂŠ sei daltonico. Ma cambiati lo stesso.â Greta fece una smorfia. âVieni, Giulio. Andiamo a prepararci.â
Giulio annuĂŹ, anche se il magone non era passato del tutto: âVa bene.â
âE poi,â aggiunse Greta mentre si dirigevano verso le loro camere, âse quando tornano ci trovano tutti eleganti con la cena pronta, saranno felici e sorrideranno, non come lâultima volta che il papà è stato a Milano a trovarci.â
Giulio la seguĂŹ, sperando che avesse ragione. E non solo sul fatto che arrivassero. Ma soprattutto sul fatto che sarebbero stati di nuovo felici come erano stati sempre prima che il papĂ andasse in Sicilia e tutto diventasse cosĂŹ difficile.
Milano, 24 dicembre 1991
Elizabeth appoggiò la fronte contro il finestrino del taxi e guardò Milano che scorreva oltre il vetro. Le luci di Natale brillavano su tutti i balconi e le vetrine erano illuminate a festa, ma lei non riusciva a provare nessuna gioia. Solo una stanchezza che le arrivava fino alle ossa.
Che giornata di merda.
Sua madre che lâaveva fatta correre a Bressanone per niente. I treni cancellati uno dopo lâaltro. E soprattutto quel momento terribile al telefono quando aveva detto ai suoi figli che non câera niente da festeggiare quellâanno, che avrebbero ordinato una pizza e se ne sarebbero fatti una ragione.
Una pizza. Alla vigilia di Natale. Che madre era, una che diceva una cosa del genere?
Il tassista svoltò in via Goldoni e lei frugò nella borsa per trovare i soldi.
âEccoci arrivati, signora.â
Elizabeth pagò la corsa, prese la valigia e salĂŹ lentamente le scale verso casa. Aveva paura di quello che avrebbe trovato dallâaltra parte della porta. Tre figli arrabbiati con lei. La casa sottosopra. Magari Giulio che ancora piangeva e Greta che le avrebbe detto che era tutta colpa sua se il Natale quellâanno faceva schifo. E avrebbe avuto ragione.
Si fermò davanti alla porta e prese un respiro profondo. Qualunque cosa avesse trovato, se la sarebbe meritata.
Infilò la chiave nella serratura e aprÏ.
La prima cosa che la colpĂŹ fu un profumo incredibile di pesce e di burro e di qualcosa che sapeva di festa. La seconda cosa fu la luce: le candele erano accese nel salotto e tutto sembrava dorato e caldo.
âMamma!â
Giulio le corse incontro e lei quasi non lo riconobbe. Indossava i pantaloni blu e la camicia bianca, e al collo aveva la cravatta della cresima. Il nodo era completamente storto e la cravatta troppo lunga, ma era cosĂŹ elegante che le si strinse il cuore.
âGiulio... ma come sei bello...â
âMarco ha cercato di farmi il nodo, ma non è venuto molto bene.â
Lei si chinò e gli sistemò la cravatta: âCosĂŹ. Perfetto.â
Si voltò e vide Marco che si avvicinava dal salotto. Anche lui indossava una camicia bianca e i pantaloni blu del completo, e anche se gli erano diventati un poâ corti si vedeva che si era sforzato di essere elegante: âMamma. Sei tornata.â
âMarco...â La sua voce uscĂŹ roca. âMa cosa...â
âAbbiamo preparato la cena.â Disse lui. âPatĂŠ di mare, linguine al salmone, branzino al sale con contorni e panettone con crema di mascarpone.â
âCosa?â
âĂ tutto pronto. Devi solo cambiarti e sederti.â
In quel momento arrivò anche Greta e Elizabeth sentÏ le lacrime salirle agli occhi. Sua figlia indossava il vestito di velluto rosso che le aveva comprato per il compleanno, quello che aveva voluto a tutti i costi perchÊ voleva sembrare piÚ grande ed elegante. I capelli li aveva raccolti in una crocchia e aveva anche un filo di rossetto.
Non era piĂš una bambina. Era una ragazza.
âMa voi... ma come avete fatto...â
âMarco ha cucinato, io ho apparecchiato e decorato, Giulio ha aiutato tutti e due.â Greta le si avvicinò e la abbracciò. âCiao, mamma.â
Elizabeth la strinse e sentĂŹ le lacrime scendere: âIo mi sento cosĂŹ cretina. Vi ho detto che avremmo ordinato una pizza e voi...â
âNon ti abbiamo dato retta. Lo dici sempre, no? Che non ti ascoltiamo mai?â
Rise tra le lacrime: âQuesta volta avete fatto bene a non farlo.â
âCerto che abbiamo fatto bene.â Disse Marco. âEra ovvio che fossi impazzita quando hai detto che avremmo mangiato una pizza.â
Greta si staccò dallâabbraccio e sorrise: âE comunque sappiamo che la nonna ti fa impazzire. Sempre.â
âMa io sono stata...â
âMamma, piantala.â Greta la prese per un braccio. âVai a cambiarti, che la cena è quasi pronta.â
âPronta tra venti minuti.â Precisò Marco. âQuindi sĂŹ, vai a cambiarti. CosĂŹ poi puoi bere un bicchiere di vino.â
âDio sa quanto ne ho bisognoâŚâ Elizabeth si asciugò gli occhi con il dorso della mano e guardò i suoi tre figli. âVi voglio bene.â
Greta alzò gli occhi al cielo, ma sorrideva: âAnche noi. Ora vai. Che se no il nazi chef ci sgrida.â
Augusto Locatelli si fermò sul pianerottolo e si appoggiò al muro. Aveva la schiena distrutta dopo quattordici ore di viaggio. Palermo-Roma. Partito e arrivato in ritardo. Roma-Francoforte. Partito in orario e arrivato in ritardo. Francoforte-Milano preso per un pelo con una valigia che pesava come un macigno e la paura costante di non arrivare a casa.
Ma ce lâaveva fatta.
SalĂŹ lentamente le ultime rampe di scale verso il loro appartamento e si fermò davanti alla porta. Frugò in tasca per trovare le chiavi, improvvisamente ansioso di vedere cosa stesse succedendo dallâaltra parte. Quando Lissie lâaveva chiamato quella mattina era distrutta, i ragazzi erano da soli ed era stato decretato che il Natale sarebbe stato un disastro. Normalmente Augusto non si faceva trascinare negli eccessi melodrammatici che a volte caratterizzavano sua moglie, ma in quel frangente non lâaveva contraddetta. Quella giornata, quella settimana, quel mese, quellâanno erano stati durissimi per tutti e non osava sperare che le cose si sarebbero risolte solo perchĂŠ era la Vigilia e perchĂŠ lui sperava con tutto il cuore di passare un Natale felice.
Infilò la chiave nella serratura e aprÏ la porta.
La prima cosa che lo colpĂŹ fu la luce dorata delle candele che arrivava dal salotto. La seconda fu il profumo che lo investĂŹ come unâonda, qualcosa di delizioso che gli fece venire lâacquolina in bocca. Poi sentĂŹ le voci che si fermarono di colpo.
âPapĂ ?â
La voce incredula di Giulio arrivò dal salotto, seguita immediatamente dal rumore di una sedia che strideva contro il pavimento e dai passi che correvano verso di lui.
âPAPĂ!â
Un secondo dopo suo figlio gli si buttò addosso con tanta forza da farlo barcollare. Augusto lasciò cadere la valigia e lo strinse forte: âGiulio... ma come sei elegante...â
âGreta ci ha fatto vestire tutti bene per la cena! Vieni!â
Girarono lâangolo e il respiro gli si bloccò in gola.
Il salotto era trasformato. La tavola da pranzo era apparecchiata e brillava di candele e argenteria. Marco era in piedi accanto alla sua sedia e teneva in mano quello che sembrava un piatto di portata da ristorante. Greta era seduta dallâaltra parte del tavolo nel suo vestito rosso, i capelli raccolti e sorrideva con gli occhi che le brillavano.
E Lissie...
Lissie era bellissima con un vestito blu che non vedeva da mesi, i capelli sistemati e il viso che aveva ritrovato il suo sorriso. Lo guardava come se non riuscisse a credere che fosse davvero lĂŹ: âSchatzi...â
âLissie.â Attraversò il salotto in tre passi e la prese tra le braccia. Lei sapeva del profumo che si metteva per le occasioni speciali e quando lâabbracciò sentĂŹ tutte le tensioni degli ultimi mesi sciogliersi.
âCome hai fatto?â Gli chiese.
âTi racconto dopo. Ora voglio sapere cosa è successo qui. Sembra di essere entrati al Principe di Savoia.â
Lissie si sciolse dallâabbraccio e rise: âI tuoi figli hanno deciso che il Natale non poteva fare schifo solo perchĂŠ la loro mamma piangeva in una cabina del telefono a Bressanone e il loro papĂ era disperso da qualche parte in Sicilia.â
Greta si avvicinò a sua volta per abbracciarlo: âMarco ha cucinato una cena fantastica. Io ho preparato la tavola. E Giulio ci ha aiutato.â
Augusto si voltò verso Marco, che era ancora immobile con il piatto in mano: âMarco... hai davvero fatto tutto tu?â
âHo solo preparato una cena.â Disse semplicemente. âPatĂŠ di mare, linguine al salmone, branzino al sale con contorni e panettone con crema di mascarpone.â
Lo guardò: suo figlio di nemmeno sedici anni non aveva solo preparato una cena. Aveva fatto tornare il sorriso a tutti, proprio lui che non sorrideva mai.
âWow. Non so cosa dire.â
âNon devi dire niente, papĂ .â Disse Marco. âMa devi andare a cambiarti e venire a tavola.â
Lissie annuĂŹ: âIl nostro chef ha ragione. Questa cena merita dei commensali eleganti.â
âSono dâaccordo.â Le diede un bacio sulla guancia. âDatemi cinque minuti e sono da voi.â
Mentre andava verso la camera da letto, Augusto sentĂŹ le voci dei suoi figli che riprendevano a parlare, Marco che spiegava come aveva preparato il patĂŠ, Greta che rideva, Giulio che raccontava qualcosa con entusiasmo. Sorrise. Per la prima volta da mesi, si sentĂŹ davvero a casa.
Marco guardò i piatti vuoti sparsi sul tavolo e sentÏ una soddisfazione che non sapeva di poter provare. Non un granello di patÊ era rimasto nei piatti, suo padre aveva fatto sparire tre porzioni di linguine al salmone e del branzino al sale erano rimaste solo la crosta vuota e la lisca.
âMarco, davvero, questa cena era da ristorante stellato.â Disse suo padre per la terza volta. âSei stato bravissimo.â
âHo solo seguito le ricette passo per passo.â
âNon è solo questione di ricette.â Intervenne sua madre. âCi vuole talento. E tu ce lâhai.â
Marco scrollò le spalle. Forse era vero. Effettivamente mentre cucinava aveva sentito di sapere esattamente cosa stava facendo, come se fosse una cosa naturale come respirare. FinĂŹ per annuire: âSĂŹ, hai ragione. Ho talento.â
â⌠e la solita modestia.â Disse Greta.
Scoppiarono tutti a ridere e suo padre gli diede una pacca sulla spalla: âNessuno in questa famiglia lo è. Non preoccuparti. E oraâŚâ
ââŚandiamo in salotto ad aprire i regali?â La mamma finĂŹ la frase per lui.
Si spostarono tutti sul divano e Marco si sedette tra Giulio e suo padre, guardando tutti i pacchetti che câerano sotto lâalbero. Era strano: quella mattina pensava che il Natale fosse rovinato per sempre, e invece erano lĂŹ, tutti insieme, e lui si sentiva... bene.
âMarco.â Disse sua madre mentre Giulio scartava il suo primo regalo. âSembri molto pensieroso.â
La guardò: âCosa?â
âSei piĂš tranquillo e silenzioso del solito. Ti sei stancato a cucinare?â
Marco scosse la testa: âNo. Non lo trovo stancante. Anzi.â
Sua madre sorrise: â Quando qualcosa piace si sente meno la stanchezza.â
Pensò qualche istante a quello che aveva appena detto sua mamma. Che fosse davvero cosĂŹ? Guardò prima lei e poi suo padre: âVoglio diventare chef.â
Non erano parole che aveva pensato di dire. Erano uscite da sole, ma appena le ebbe pronunciate sapeva che erano vere.
âChef?â Chiese Giulio, interrompendosi mentre scartava una scatola di Lego. âDavvero?â
âSĂŹ. Voglio diventare un ottimo chef e aprire un ristorante e cucinare tutti i giorni.â
I suoi genitori si guardarono e sorrisero. Sua madre si alzò e andò sotto lâalbero, tirando fuori una scatola rettangolare incartata con la carta rossa.
âAllora questo è il momento perfetto per darti il nostro regalo.â
Marco prese la scatola. Era pesante e faceva un rumore metallico quando la spostava.
Scartò la carta e aprĂŹ la scatola. Dentro câera un set di coltelli da cucina professionali, con i manici neri e le lame lucide che riflettevano la luce dellâalbero.
âSono... sono veri coltelli da chef?â
âSĂŹ.â Disse suo padre. âProprio come quelli che usano nei ristoranti.â
Marco tirò fuori il coltello piÚ grande e lo osservò controluce. Era perfetto. Bilanciato, tagliente, serio.
âCome sapevate che volevo diventare chef? Lâho pensato solo adesso.â
âTi abbiamo osservato.â Disse sua madre. âAbbiamo visto come sei cambiato da quando hai iniziato a cucinare. Come diventi calmo e concentrato.â
âE felice.â Aggiunse suo padre.
Marco rimise il coltello nella scatola e improvvisamente sentĂŹ una cosa strana nel petto. Come se ci fosse qualcosa di caldo che saliva verso la gola, e anche dietro agli occhi sentiva una pressione che da bambino sentiva prima di piangere.
âPerchĂŠ sento questa cosa strana qui?â Si portò una mano al petto.
âChe cosa senti?â Chiese sua madre.
âUna roba in gola. E mi fanno male gli occhi ma non è un dolore brutto.â
Giulio lo guardò: âStai per piangere?â
âNon penso. PerchĂŠ dovrei piangere? Sono contento.â
Sua madre gli si sedette accanto e gli mise una mano sulla spalla: âA volte si piange anche quando si è felici, tesoro.â
âCome tu prima? Quando sei arrivata a casa?â
âEsatto.â
âMa io non voglio piangere.â
âA volte il corpo fa delle cose anche se noi non vogliamo.â
Marco ci pensò su: âNon mi piace che il mio corpo faccia cose senza il mio permesso.â
âAllora ti conviene non compiere quarantâanniâŚâ Disse suo padre, toccandosi la schiena e facendo una smorfia.
âNon voglio piangere.â RipetĂŠ. âQuindi non lo farò, perchĂŠ è fastidioso.â Guardò di nuovo i coltelli, poi alzò lo sguardo, lo fissò sui suoi genitori e si rese conto che gli era venuto da sorridere. âPerò sono davvero felice. Grazie.â
Ore 1:30
Augusto era sdraiato nel buio con Lissie tra le braccia e per la prima volta da mesi si sentiva in pace.
Era tardi. Non sapeva che ore fossero e non gli importava. I ragazzi dormivano dallâaltra parte del corridoio, fuori dalla finestra Milano era silenziosa sotto un cielo senza stelle, e lui era finalmente a casa. Nel suo letto. Con sua moglie. Pelle contro pelle, come non succedeva da troppo tempo.
Lissie si mosse contro di lui e gli appoggiò la testa sul petto: âQuanto mi era mancato tutto questo...â
âAnche a me.â
âDavvero?â Si sollevò sui gomiti per guardarlo. Al buio vedeva solo il contorno del suo viso, ma sapeva che lo stava fissando con quellâespressione che aveva quando voleva essere sicura che lui non le stesse dicendo quello che voleva sentirsi dire. âA volte ho la sensazione che tu possa fare a meno di tutto. Di tutti.â
âNon è cosĂŹ.â
âNo?â
Le accarezzò i capelli, lasciando che le dita si perdessero tra le ciocche: âNo, Lissie. Per niente.â
Lei tornò ad appoggiarsi sul suo petto e lui continuò ad accarezzarle i capelli. Rimasero in silenzio per un poâ, ascoltando il respiro dellâaltro.
âAugusto?â
âSĂŹ?â
âCome fai?â
âA fare cosa?â
âA stare lĂ . A fare quello che fai. A vedere quello che vedi.â SentĂŹ la sua voce incrinarsi appena. âA volte mi chiedo se tu sia fatto di un materiale diverso dal resto di noi.â
Non sapeva come risponderle. La veritĂ era che non lo sapeva nemmeno lui. Faceva quello che andava fatto, un giorno alla volta, cercando di non pensare troppo a quello che poteva succedere.
âNon sono fatto di niente di speciale.â Le disse alla fine. âFaccio il mio lavoro. E cerco di tornare a casa.â
âE se un giorno non ci riuscissi?â
Era la domanda che non si facevano mai. Quella che aleggiava sempre tra di loro ma che nessuno dei due pronunciava ad alta voce.
âCi riuscirò sempre.â
âCome fai a esserne sicuro?â
âPerchĂŠ ho te. E ho loro.â La strinse un poâ piĂš forte. âE non ho nessuna intenzione di lasciarvi.â
Lissie non disse niente, ma lui sentĂŹ qualcosa di caldo e umido sulla pelle del petto. Le alzò il mento con una mano: âHey...â
âScusa.â Si asciugò gli occhi col dorso della mano. âĂ che quando sei lontano faccio finta che vada tutto bene. Davanti ai ragazzi, con i miei, al lavoro. Ma quando sei qui... quando sono con te⌠non devo piĂš fingere.â
âLo so.â
âMi sono sentita cosĂŹ sola, Augusto. E cosĂŹ spaventata.â
Le baciò la fronte: âMi dispiace, tesoro.â
âNon è colpa tua.â
âUn poâ lo è.â
âNo.â Si tirò su e lo guardò. âTu fai quello che devi fare. Io lo sapevo quando ti ho sposato chi eri e cosa facevi. Ă solo che a volte è piĂš difficile di altre.â Si asciugò di nuovo gli occhi. âE questo è stato un anno terribile.â
âSĂŹ. Lo è stato.â
Di nuovo rimasero in silenzio. Augusto le accarezzò la schiena, tracciando cerchi lenti sulla pelle. A volte si dimenticava di quanto fosse bello semplicemente toccarla. Di quanto gli mancasse la sua pelle, il suo profumo, il calore del suo corpo contro il suo.
âComunque devo farti i complimenti.â Disse lei dopo un poâ.
âPer cosa?â
âPer essere arrivato fin qui. Palermo, Roma, Francoforte, Milano... tutto in un giorno.â Gli sfiorò il petto con una carezza. âE sei pure riuscito a trovare lâenergia per... stare sveglio fino ad adesso. E tenere sveglia me.â
Augusto rise piano: âTu non hai mai problemi a stare sveglia. Non ne hai mai avuti...â
âNon è colpa mia se avere mio marito di fianco mi fa venire pensieri strani.â
La baciò sulla bocca: âPotrei dire la stessa cosa.â
âE allora dilla.â Lo provocò lei. âMi piace sentirtelo dire. Mi piace sentire il mio carabiniere tutto dâun pezzo che ammette di non avere controllo.â
âNe ho sempre avuto poco, con te intorno.â
Anche Lissie rise: âLo so. E dire che mia madre aveva detto che nessuno mi avrebbe mai sposata. PerchĂŠ nessuno avrebbe comprato la mucca quando poteva avere il latte gratis.â
La tirò su di sĂŠ e la baciò di nuovo: âLâho detto allora...â Altro bacio. â...e lo dirò anche adesso.â Un altro ancora. âTua madre ha detto una cazzata.â
Lissie rise contro le sue labbra: âMia madre dice spesso cazzate. Ă il suo talento.â
âAlmeno uno doveva averne.â
âAugusto!â Ma stava ancora ridendo.
Rimasero cosĂŹ per un poâ, lei sdraiata su di lui, le gambe intrecciate, il respiro che tornava lento. Fuori dalla finestra Milano era silenziosa e da qualche parte un orologio battĂŠ le due.
âDevo dormire.â Mormorò Lissie. âDomani Marco vorrĂ fare il pranzo di Natale e io dovrò aiutarlo.â
âAiutarlo o stargli tra i piedi?â
âProbabilmente stargli tra i piedi.â Si spostò di fianco a lui ma rimase vicina, la testa nellâincavo della sua spalla. âPerò voglio esserci. Voglio vederlo cucinare.â
Augusto annuĂŹ nel buio: âUno chef. Chi lâavrebbe mai detto.â
âIo un poâ lo sapevo.â
âSĂŹ?â
âSĂŹ.â Sbadigliò. âBuonanotte, Schatzi.â
âBuonanotte.â
Chiuse gli occhi. Tra qualche giorno sarebbe dovuto ripartire, ma quella notte no. Quella notte era a casa.
Milano, 25 dicembre 1991
Giulio si svegliò con il profumo del burro fuso nelle narici.
Per un secondo non capĂŹ a cosa fosse dovuto, poi si ricordò tutto: la cena, il papĂ che arrivava, i regali, Marco con i suoi coltelli nuovi. Si tirò su a sedere e guardò la sveglia sul comodino. Le nove e mezza. Tardi per un giorno di scuola, presto per le vacanze. Lâorario perfetto per il giorno di Natale.
Si alzò e andò in corridoio in pigiama. Dalla cucina arrivavano rumori di pentole e il rumore inconfondibile di Marco che canticchiava una canzone dei Beatles. Marco canticchiava solo quando cucinava.
Entrò in cucina e lo trovò giĂ allâopera. Aveva addosso il grembiule della mamma e stava tagliando qualcosa con uno dei coltelli nuovi.
âCiao.â Disse Marco senza alzare lo sguardo.
âCosa stai facendo?â
âPranzo di Natale.â
âGiĂ ?â
âLâarrosto deve cuocere per tre ore. Se non comincio adesso non è pronto per lâuna.â
Giulio annuĂŹ anche se non aveva idea di quanto ci mettesse un arrosto a cuocere. Si avvicinò al frigorifero: âPosso fare colazione?â
âSĂŹ. Ma non toccare niente di quello che câè sul bancone.â
âOk.â
Prese il latte e si versò una tazza, poi ci aggiunse il Nesquik e andò in salotto. Si bloccò sulla porta.
I suoi genitori erano sul divano. Suo padre era seduto e sua madre era praticamente sdraiata su di lui con la testa sulla sua spalla. Si stavano baciando. Non un bacio veloce tipo ciao ci vediamo stasera, ma un bacio vero, di quelli che si davano gli attori nei film.
âBleah.â
La voce di Greta lo fece sobbalzare e fece sussultare anche i loro genitori, che si staccarono di colpo. Sua madre aveva le guance rosse e suo padre aveva unâespressione che non gli aveva mai visto, come se fosse stato beccato a fare qualcosa di proibito.
âGiulio! Greta!â Disse la mamma. âNon sapevo foste giĂ svegli.â
âStavate... limonando?â Chiese sua sorella.
âNon dire limonando.â Disse suo padre.
âPerchĂŠ no? Ă quello che stavate facendo.â
âStavamo solo baciandoci.â
âCon la lingua.â Specificò Greta. âQuindi stavate limonando. Voce del verbo limonare.â
Sua madre scoppiò a ridere e suo padre alzò gli occhi al cielo ma sorrideva anche lui: âE dimmi un poâ⌠se fosse vero che stavamo limonando⌠è un verbo transitivo o intransitivo? Limono la mamma o limono con la mamma?â
Greta ignorò la domanda e si voltò verso Giulio: âStavano limonando, vero?â
Giulio annuĂŹ: âSĂŹ.â
âTraditore.â Disse suo padre.
La mamma rise ancora piĂš forte e si alzò dal divano: âE va bene. SĂŹ. Stavamo limonando. Siete contenti adesso?â
Greta incrociò le braccia: âĂ disgustoso. Avete tipo centâanni.â
âQuarantadue.â Precisò il papĂ . âE trentotto.â
âĂ la stessa cosa. Siete vecchi. I vecchi non dovrebbero limonare.â
âE invece lo fanno.â Disse la mamma. Si avvicinò a Greta e le diede un bacio sulla guancia. âBuon Natale. Anche a te, Giulio.â
âBuon Natale, mamma.â
Giulio si sedette sulla poltrona con la sua tazza di latte e guardò il salotto. Lâalbero era ancora acceso, le carte dei regali della sera prima erano ammucchiate in un angolo, dalla cucina arrivava il profumo di burro e cipolle e il canticchiare di Marco. Suo padre si era alzato ed era andato ad abbracciare Greta da dietro, e lei faceva finta di volersi divincolare ma rideva. Sua madre stava raccogliendo le carte da terra.
Era tutto normale. Era tutto come doveva essere.
Era Natale.
â¨FINEâ¨
đSpero che questo racconto della seconda domenica dellâavvento ti sia piaciuto! Se sĂŹ, lasciami un cuore o un commento⌠mi fa sempre piacere parlare dei miei scritti!
⨠Questo è il secondo di quattro racconti natalizi delle domeniche dâAvvento: i primi tre saranno gratuiti, il quarto sarĂ riservato agli iscritti allâArchivio Segreto.
Se vuoi leggerli tutti e non perderti quello speciale del 21 dicembre:
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mi hai fatto commuovere đ𼰠e vivere quei due giorni, via Goldoni con le sue bellissime case, il 1991 quindi ancora le cabine telefoniche, i treni in ritardo allora come ora, i tre ragazzi soli ma solidali, il calore di casa e famiglia.... tra le tue righe tutto questo diventa cosĂŹ reale e bello, grazie đ
STUPENDO!!! Sei bravissimađđđ