Il mondo del Commissario e la Dottoressa

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I racconti 📚 dell'archivio segreto

Natale sotto zero 🥶

Un racconto su Giulio, Fontana e Farah ad Astana.

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Chiara Assi
dic 21, 2025
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snow covers cars parked on road side
Photo by Shawn Dearn on Unsplash

Ebbene sì, questa è la famosa storia dell’assideramento di Fontana ad Astana e di come Giulio gli ha salvato la pelle.

Astana, 21 dicembre 2011

Giulio sentì le urla già dalle scale.

Si fermò un istante sul pianerottolo, il sacchetto della spesa ancora in mano, e chiuse gli occhi. Merda. Aveva sperato di sbagliarsi, che fossero i vicini, che fosse una televisione troppo alta, qualsiasi cosa tranne quello che invece era: un litigio epico. Per la prima volta da quando li conosceva, Fontana e Farah si stavano ammazzando di urla.

Certo, li aveva già visti litigare. Piccole schermaglie, battibecchi, qualche momento di tensione. Ma niente di simile a quello che stava sentendo ora. Quelle erano voci che non lasciavano dubbi: non era una scaramuccia, quella. Era una lite coi fiocchi.

Aprì la porta dell’appartamento con cautela, come se entrare piano potesse in qualche modo renderlo invisibile, ma fu inutile. Erano lì davanti a lui in salotto e nemmeno si girarono quando entrò.

“...non puoi fare così ogni volta che Peterson apre bocca!” Stava urlando Fontana. Aveva la faccia rossa e i capelli scompigliati come se ci avesse passato le mani mille volte. “Non puoi decidere di fare di testa tua solo perché quel bambolotto californiano ti ha detto che secondo lui sarebbe meglio fare diversamente!”

“Non l’ho fatto perché me l’ha detto Blake!” Farah era in piedi davanti a lui, le braccia conserte, gli occhi che lampeggiavano. “L’ho fatto perché aveva SENSO! Il tuo piano era deboluccio e lo sai!”

“Deboluccio? Il MIO piano era sicuro! Il TUO piano poteva farti ammazzare!”

“Ma nessuno mi ha ammazzata, vero? Eccomi qui, viva e vegeta!”

Giulio appoggiò la spesa sul tavolo della cucina cercando di non fare rumore. Forse poteva ancora sgattaiolare in camera sua e...

“Viva, vegeta e a quanto pare anche completamente incosciente!” Fontana fece un passo verso di lei. “Sei viva perché sei stata fortunata, esattamente come è già successo al Cinema Splendor! Perché se invece di tre tizi ce ne fossero stati cinque, o se uno di loro avesse avuto un’arma, a quest’ora saresti morta e io dovrei chiamare tua madre per dirle che sua figlia è crepata in Kazakistan perché ha deciso di non ascoltare un CAZZO di ordine!”

“Un ordine SBAGLIATO!”

“Un ordine che ti avrebbe tenuta al SICURO!”

Farah rise, ma fu una risata amara, tagliente: “Al sicuro? Davvero? E quando mai il nostro lavoro è sicuro, Fontana? Quando mai lo è stato?”

“Non è questo il punto e lo sai benissimo!”

“Allora qual è il punto? Dimmelo! Qual è il VERO problema?” Si avvicinò a lui, il mento alzato in segno di sfida. “Che non ho seguito il tuo ordine o che ho dato retta a Blake?”

Fontana strinse le mascelle e per un secondo Giulio pensò che avrebbe urlato ancora più forte, ma invece la sua voce si abbassò. Il che, in qualche modo, fu anche peggio.

“Il problema è che io sono il tuo superiore, Agente. Non Blake. Che, oltre a lavorare per un’altra agenzia, è un noto imbecille! E forse non dovrei dirtelo perché dovrebbe essere OVVIO, ma quando ti dico di fare una cosa, tu la fai. Punto. Non mi importa cosa pensa Peterson, non mi importa se secondo te ha senso, non mi importa un CAZZO. Tu. Segui. Gli. Ordini.”

Il silenzio che seguì fu assordante.

Farah lo fissò per quello che sembrò un’eternità, poi scosse la testa lentamente: “Sai una cosa? Vaffanculo, Fontana.”

Si girò, prese la giacca e la borsa del computer e si avviò verso la porta.

“E adesso dove te ne stai andando?” Le chiese lui.

“In albergo. Non ho nessuna intenzione di stare qui con te stanotte.”

“Farah...”

“No. Stasera no. Ho bisogno di stare lontana da te prima di dire qualcosa di cui potrei pentirmi.”

“Ah, sì? Tipo cosa?”

“Tipo che preferirei cavarmi gli occhi piuttosto che passare il Natale con te! E che quindi puoi passartelo senza di me, a fare il lupo solitario e ad affogarti in una bottiglia di vodka e a lamentarti che nessuno ti capisce!”

“Ma dai, Farah, non…”

“No! Io ho rinunciato a tornare a casa per non lasciarvi qui da soli. Ma sai cosa? Passatelo con Giulio, il Natale, e non provare neanche a chiamarmi, stronzo!”

Uscì sbattendo la porta così forte che i vetri tremarono.

Giulio rimase immobile accanto al tavolo della cucina, la mano ancora sul sacchetto della spesa, senza sapere bene cosa fare. Guardò Fontana, che era rimasto in mezzo al salotto, le spalle tese, i pugni serrati lungo i fianchi.

“Io...” Giulio si schiarì la voce. “Dovrei... andare a parlarle? Magari se...”

“No.” La voce di Fontana era piatta, priva di emozione. “Lasciala stare.”

“Ma...”

“Ho detto di lasciarla stare, Giulio.” Si passò una mano nei capelli e sospirò. Poi si girò verso di lui e per la prima volta da quando era entrato lo guardò davvero. “Scusa. Non volevo... risponderti da stronzo. E non volevo che assistessi a questa scena.”

“Non ti preoccupare. Capita.”

“Siediti.” Fontana indicò il divano. “Tanto lo so che stai morendo dalla voglia di sapere cos’è successo.”

Non era vero, ma Giulio si sedette lo stesso. Fontana andò in cucina, aprì il frigo e tirò fuori due birre. Gliene lanciò una e se ne aprì una per sé, buttandone giù metà in un sorso solo.

“Eravamo all’incontro con i contatti locali,” cominciò, appoggiandosi al bancone della cucina. “Dovevamo solo prendere delle informazioni, niente di che. Io le avevo detto di restare in macchina, di tenersi pronta nel caso dovessimo andarcene in fretta. E non l’ho fatto per escluderla. Anzi, l’ho fatto perché lei, al contrario mio, guida come un pilota di rally.”

Giulio annuì ma non disse niente.

“Invece lei cosa fa? Decide che il mio piano è una merda, che quello che le aveva suggerito Peterson quando hanno parlato in mattinata è migliore, e entra nel cazzo di edificio. Da sola. Senza dirmi niente. Senza backup.”

Bevve un altro sorso.

“Quando me ne sono accorto era già dentro. Ho dovuto improvvisare tutto, mandare a puttane l’intero piano, e per un pelo non ci hanno beccati tutti e due.” Si interruppe, passandosi una mano sulla faccia. “Poteva finire malissimo.”

“Ma non è finita male.”

“No. Ma solo perché è stata fortunata. Di nuovo.” Lo guardò. “Non è la prima volta che lo fa. E io non posso accettare che metta a rischio la sua vita sperando di avere per sempre fortuna. È estenuante avere paura di perdere una persona che si mette costantemente in pericolo.”

Giulio bevve un sorso di birra. Fontana aveva ragione: Farah era spesso impulsiva e capiva la paura che lui aveva di perderla. Ma Fontana era altrettanto avventato — e quello era il motivo per cui lei non accettava quelle critiche. Capiva entrambi i punti di vista, ma non gli sembrava il momento giusto per dirlo.

“E comunque,” continuò Fontana, la voce che si faceva più dura, “non è nemmeno questo il punto principale. Il punto è che ha dato retta a Peterson invece che a me. Come se lui sapesse meglio di me come funzionano le cose qui. Come se io non sapessi fare il mio cazzo di lavoro, mentre Mister CIA sa sempre tutto.”

Ah. Eccolo lì, il vero problema.

“Sei geloso di Peterson,” disse Giulio. Non era una domanda.

Lo fulminò con lo sguardo: “No.”

“Fontana...”

“Ho detto di no. E ora… devo uscire.” Lo interruppe, andando verso la camera. “Devo sistemare un paio di cose che si sono incasinate per colpa di questa storia.”

Giulio aggrottò le sopracciglia: “Adesso? Ma sono quasi le otto di sera e fuori ci sono meno venti...”

“Lo so che ore sono.” Ricomparve con il giaccone e la sciarpa. “Non ci metterò molto.”

“Vuoi che venga con te?”

“No. Resta qui. Se Farah chiama... dille che sono uscito a sistemare il casino che ha combinato.”

“Fontana, non mi sembra una buona idea...”

Ma lui era già alla porta.

“Non ti preoccupare. Conosco questa città come le mie tasche. Torno tra un paio d’ore al massimo.”

E se ne andò, lasciando Giulio da solo nell’appartamento che sembrava ancora vibrare di rabbia.

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