I primi 50 secondi
Come ha fatto Giulio a diventare il terzo incomodo?
Roma, 18 febbraio 2010
“Siediti, Agente Bernasconi.” Il mio capo, il Colonnello Mariano Prisco, mi rivolge un sorriso radioso che proprio non è da lui. “Tutto bene?”
Di fianco a lui anche Adele De Marchi, la sua vice, sorride, ma quello è già più normale. Annuisco: “Benissimo, Signore. Lei tutto a posto?”
“E guarda che bella abbronzatura che hai!” Come al solito ha ignorato la mia domanda. “Sei appena stata in vacanza. Caraibi, giusto?”
“A St. Marteen.” Mento. La verità è che Fontana, per i miei trent’anni, mi ha portato prima all’Havana e poi in giro per Cuba e sono stati diciotto giorni praticamente perfetti, sotto ogni punto di vista. Ma questo di certo non lo voglio raccontare a Prisco.
“Bene, bene. Che bellezza.” Il tono che sta usando mi mette in allarme: è fin troppo gioviale e di solito lui non lo è mai. Mi siedo e guardo prima lui e poi Adele. Che Prisco abbia scoperto tutto? Che voglia cazziarmi perché è venuto a sapere che io e Fontana abbiamo una storia da anni? E se così fosse, perché non hanno chiamato qui anche lui?
“Vedi, Farah, ti abbiamo convocato perché abbiamo bisogno del tuo aiuto.” Esordisce Adele. “Giusto, Mariano?”
Prisco annuisce: “Giusto.” Gira verso di me il portatile. “Vorrei che tu guardassi con attenzione questo video.”
Prima che io possa chiedere spiegazioni schiaccia play e la registrazione parte. Riconosco una delle salette al piano di sotto e sento una voce fuori campo: “Dottor Marcucci. È il 7 febbraio del 2000. Prego, si accomodi.”
Un secondo dopo compare nell’inquadratura un Fontana nemmeno venticinquenne e si lascia cadere sulla sedia davanti alla telecamera. Lo fisso. Bello era bello, ma era anche concio. Aveva un occhio nero e semichiuso, la barba di tre giorni e l’aria di uno con un gran bisogno di dormire. In compenso aveva anche i suoi boccoli stupendi che ora non ha più, da quando ha deciso di tenere i capelli più corti dopo che l’hanno operato alla testa l’anno scorso. Scaccio quel pensiero, perché il ricordo di quando ho pensato che potesse non svegliarsi mai più mi da ancora la nausea, e mi concentro sui suoi lineamenti.
“Può annunciare le sue generalità, per favore?” Dice la voce fuori campo del medico.
Sebastiano tira fuori dalla tasca un paio di occhiali scuri e se li mette: “C’è bisogno di tutta questa luce qua dentro?” La voce è uguale ma allo stesso tempo diversa. “Ho un mal di testa porco…”
Si sente un sospiro da parte del dottore: “Le sue generalità, per cortesia.”
“Fontana. SLF290575M93.”
“Il suo grado?”
“Sergente maggiore.”
“Qua mi risulta che lei sia luogotenente…”
La risata di Sebastiano echeggia nel video: “Ah, già. Me ne ero dimenticato.”
“Si era dimenticato di aver ricevuto una promozione che molti sognano per anni?”
“Cosa vuole che le dica? Ho sogni diversi.” Tira fuori un pacchetto di sigarette e se ne accende una. “Perché sono qui?”
“Non glielo hanno detto?”
“Credo di sì, ma probabilmente non stavo ascoltando.”
“È qui per una valutazione psicologica.”
Ride di nuovo: “Ma davvero? Che perdita di tempo. Con le situazioni che vi risolvo mi lascereste in servizio anche se fossi matto come un cavallo…”
“Questo è tutto da vedere…” Marcucci sembra piccato. “Possiamo cominciare?”
Fontana fa un mezzo inchino: “Ma certo! Di cosa vuole parlare? Dei miei genitori, da bravo freudiano? O vuole andare dritto al punto e sapere con chi sono andato a letto dal 4 febbraio 1991 a oggi per vedere se è vero che sono un sex addict come sostiene la sua collega Bagatti?”
“Lasciamo perdere la Bagatti. Non lavora più qui.”
“Halleluja.”
Si sente un rumore di fogli: “Scusi, Fontana, ma il 4 febbraio 1991 lei aveva… 15 anni.”
“Bravo. Sa fare i conti!” Fa un tiro di sigaretta. “Quindi?”
“Era un po’ giovane per avere già dei rapporti sessuali, non crede?”
“Ma lo ha letto il mio fascicolo?”
“Certamente.”
“Allora saprà che razza di vita facevo, a 15 anni.”
“Sì. Ma vorrei che me ne parlasse lei.”
Altro tiro: “Non c’è niente di cui parlare. Io e la mia ragazza abbiamo scopato. Nulla di originale.”
“Vi amavate?”
“A quindici anni? Ma per favore… eravamo dei ragazzini.”
“Eppure avete pensato di essere abbastanza importanti l’uno per l’altra da fare un passo del genere.”
“Guardi, se vuole proprio saperlo l’ultima cosa che facevamo a quei tempi era pensare. E se vuole sapere un’altra cosa, ero talmente ubriaco e fatto di hashish che non mi ricordo granché di quel pomeriggio, quindi perché non parliamo d’altro?”
“Ma certo. D’accordo. Vuole dirmi qualcosa dei suoi genitori?”
“Non c’è molto da dire. Mio padre manco so come si chiami. Mia madre me la ricordo a stento. Altro non so.”
Cala il silenzio e io sbircio Adele e Prisco. Non riesco a capire perché mi stiano facendo vedere questo video, ma i loro sguardi impassibili non mi aiutano di certo a capirne di più.
“Come si sente adesso?” Chiede lo psichiatra.
“A parte il mal di testa? Bene.”
“Come mai ha mal di testa?”
“Ho avuto una nottata impegnativa.”
“Alcol?”
“Tra le altre cose… sì. Tequila, soprattutto.”
“Era solo?”
“Con una ragazza.”
“Mi parli di questa ragazza.”
“L’ho conosciuta in un bar. Americana. Una studentessa di arte mi pare. Tendenzialmente rompicoglioni, quindi, ma ero anche abbastanza certo che non avrebbe fatto la suora. E infatti così è stato. Abbiamo bevuto qualche shot… e poi siamo andati a casa sua e ci sono rimasto fino a stamattina alle sei. Ecco perché sono stanco.”
“Non ha dormito?”
Ride sardonicamente: “Ma è matto? Non sono certo andato a casa di quella per dormire. Non ci dormo a casa delle donne.”
“Perché no?”
“Prima di tutto perché preferisco fare altro, al posto di dormire. E poi perché detesto dividere il letto con qualcun altro.”
“Anche se questo qualcuno è una donna con cui ha appena fatto sesso?”
“Soprattutto se è una donna con cui ho appena fatto sesso.”
“Mi può dire perché?”
“Ma certo. Si muovono, tirano le coperte, hanno freddo, hanno caldo, vogliono le coccole… rompono i coglioni, insomma.”
“Mi sta dicendo che teme l’intimità?”
Seba spegne la sigaretta e sbuffa: “No. Le sto dicendo che preferisco avere il letto tutto per me e poter dormire in santa pace.”
“Non credo che sia così.”
“Senta, Dottore… ha davanti a lei il mio fascicolo. E sono sicuro che abbia anche già parlato con Prisco e con Adele di quello che è successo nel ’93. Quindi sono certo che abbia elaborato una sua teoria del cazzo su come quello che ha fatto Margherita mi abbia segnato…”
“Se la mia è una teoria del cazzo mi dica la sua.”
“Non ho nessuna teoria. Margherita è una stronza e questo è un dato di fatto. Non la vedo da sette anni e anche questo è un dato di fatto. Non temo l’intimità, se proprio vuole saperlo. Ma non mi interessa dormire con una donna solo per farla felice, quindi sto alla larga da quelle che cercano il vero amore e mi trovo quelle che vogliono solo divertirsi.”
“Tutto questo perché la sua ragazza l’ha lasciata in malo modo?”
Sbuffa: “Non mi ha solo lasciato in malo modo… mi ha ammorbato la vita per anni. Mi ha fatto prendere delle pessime decisioni. E poco ci è mancato che per colpa sua finissi dentro. O morto. Quindi mi scusi se non voglio ripetere l’esperienza.”
Per un attimo nessuno dice niente, poi il medico si schiarisce la voce: “E del lavoro cosa mi dice? Come mai va d’accordo solo con la De Marchi?”
Sebastiano sorride: “Perché è l’unica persona intelligente con cui lavoro.”
“È un suo superiore. Ha 42 anni. Non sarà in servizio per sempre, non sul campo per lo meno.”
“E allora?”
“Non crede che dovrebbe fare uno sforzo per andare d’accordo con i suoi parigrado?”
“I miei parigrado sono dei coglioni e gli agenti in erba sono pure peggio. Non mi interessa andarci d’accordo.”
“C’è qualcosa a questo mondo che le interessa?”
Scrolla le spalle: “In realtà no.”
“Non ha paura di morire?”
“No.”
“Perché no?”
“Perché non ho nulla da perdere, mi sembra ovvio.”
Prisco allunga una mano, gira il computer verso di sé e ferma il video: “Ti risparmio il resto della registrazione, Bernasconi, tanto è più o meno tutta così. Marcucci fa domande e Fontana dà risposte del cazzo.”
Annuisco e li guardo: “Perché me lo avete fatto vedere? Pensavo che questi incontri fossero confidenziali.”
Adele annuisce: “In linea di massima lo sono, stai tranquilla. Ma questa è una situazione straordinaria.” Spinge verso di me il suo portatile. “Ora guarda questo.”
Anche se non vorrei, perché mi sembra di invadere la privacy che Fontana difende con le unghie e coi denti, schiaccio play. Il video comincia allo stesso modo. La stanza del piano di sotto, le luci al neon, la sedia vuota. Come nell’altra registrazione è la voce del dottore a rompere il silenzio: “Dottor Marcucci. È il 14 febbraio 2010. Prego, si accomodi.”
Dopo qualche secondo compare nell’inquadratura Sebastiano, in completo blu, camicia bianca e cravatta gialla coi puntini. La riconosco. L’ha comprata quando eravamo insieme a San Pietroburgo l’anno scorso, quando gli avevano perso la valigia. Ha lo sguardo indecifrabile che ha spesso quando vuole avercelo, ma non sembra ostile.
“Può declinare le sue generalità, per favore?”
“Capitano Sebastiano Fontana. SLF290575M93.”
“La ringrazio, Capitano.”
“Mi chiami Fontana, per favore.”
“Come desidera. Sa perché è qui?”
Vedo Seba sospirare e guardarsi intorno un attimo: “Immagino vogliate assicurarvi che la morte di Pavel non incida sul mio lavoro.”
“Non esattamente. Vogliamo anche sapere come sta più in generale, ma prima vorrei che lei guardasse un video.”
Aggrotto le sopracciglia e vedo il medico comparire nell’inquadratura e dare un portatile a Seba: “Questa è la registrazione del nostro incontro del 7 febbraio del 2000. Dieci anni fa. La guardi, per favore.”
Sebastiano fa una faccia strana, ma non protesta. Lo osservo mentre guarda in assoluto silenzio tutto il video. Rimane impassibile, fino a quando il video finisce, poi chiude il computer e lo appoggia sul tavolino davanti a sé.
“Vuole dire qualcosa a riguardo?” Chiede il dottore. “Guardando com’era dieci anni fa… cosa prova?”
“Dieci anni fa ero un coglione arrogante, mi pare ovvio.” Non sembra avere problemi ad ammetterlo. “Oltre a quello non saprei cosa dire, se non che sono felice di essere cambiato.”
“In che modo è cambiato?”
“Sono diventato più onesto. Con me stesso, soprattutto. La mia vita non è più un circo equestre di tossicità e follia. E sono decisamente più felice.”
“Se la sentirebbe, quindi, di trattare gli stessi argomenti di dieci anni fa? Di approfondirli?”
“Se pensa che sia utile, Dottore, mi dica pure.”
“Dieci anni fa aveva identificato nella persona di Margherita la causa per la sua scarsa fiducia nei riguardi delle donne…”
Sebastiano sospira: “Sa… non mi ricordavo di avercela avuta tanto con lei dieci anni fa.”
“Davvero? Vuole dire che ora non prova più rancore nei suoi confronti?”
Scuote la testa prima di parlare: “Rancore? No. Direi di no. È acqua passata.”
“Se adesso pensa al 4 febbraio 1991, cosa prova?”
Scrolla le spalle: “Non saprei. È passato così tanto tempo che faccio fatica a metterlo a fuoco.”
“Per via dell’alcol e dell’hashish?”
Scoppia a ridere: “No. Le avevo mentito, dieci anni fa. Non ero per niente fatto quel pomeriggio. Non avevo né bevuto né fumato. E poco fa mi sono espresso male: faccio fatica a mettere fuoco quello che provo pensandoci, ma mi ricordo benissimo quel pomeriggio.”
“Davvero?”
“Ma certo.” Sorride. “Non lo dicono sempre tutti che la prima volta non si scorda mai?”
Rimane in silenzio, come perso nei ricordi e sento il medico schiarirsi la voce: “Se vuole fumare… faccia pure.”
Fontana sembra stupito, poi scuote la testa: “La ringrazio, ma no, grazie.”
“Molto bene… continui, allora.”
“Quel giorno ero stato pestato dai tossici con cui vivevamo e la Marghe mi stava pulendo le ferite. Pioveva a dirotto. La nostra camera era nel sottotetto, quindi si sentiva la pioggia battere sulle tegole.” Scrolla le spalle. “Faceva freddo, ero fradicio e mi faceva male tutto per via del pestaggio. C’era la musica. Una cassetta dei Nirvana, quella che ascoltavamo quasi tutte le sere. Era tutto come al solito, quindi l’ultima cosa che mi aspettavo è che succedesse qualcosa di memorabile quel giorno. Soprattutto non mi aspettavo che lei me l’avrebbe data.” Sorride. “Mi scusi. Intendevo dire che non mi aspettavo che… che avremmo fatto sesso.”
“Perché non se lo aspettava?”
“Diceva sempre che voleva una cosa romantica. Parlava di spiagge… di stelle… di lune piene. Cose così. E quel giorno invece eravamo in quella topaia dove vivevamo. Faceva un freddo cane. E io sembravo appena uscito da un match con Mohammed Ali. Di romantico c’era ben poco.”
“Cosa pensa le abbia fatto cambiare idea?”
“Non saprei. Forse le ho fatto pena visto che come al solito le avevo prese per difenderla.”
“Non riesco a capire se per lei è un ricordo positivo o negativo…” Commenta il medico.
“È un ricordo… neutro.”
“All’epoca non avrà pensato così, però.”
Sebastiano ride: “Ma certo che no. All’epoca ero esaltato come non mai. Al punto che ho lasciato che quello che provavo per lei mi accecasse. Un errore che ho pagato molto caro.”
“Ha appena detto quello che provavo per lei. Cosa provava?”
Lo vedo tentennare un attimo: “All’epoca pensavo fosse amore.”
“Non lo era?”
“Non saprei. Non credo.” Scrolla le spalle. “Ancora adesso non so nemmeno se esista, l’amore. E comunque rimane una cosa di cui non mi piace parlare.”
Mi viene quasi da imprecare, perché mi sento in colpa ma sono anche curiosa. Della misteriosa Margherita non parla mai, nemmeno con me, e stavo cominciando a sperare di poterne capire di più. O di capire, per lo meno, perché mai sia così avverso all’idea di innamorarsi.
“Come preferisce. Non le chiedo nulla dei suoi genitori perché so che non ne sa niente in più rispetto a dieci anni fa… ma le voglio chiedere se è cambiato qualcosa nel suo rapporto con le donne. È ancora assolutamente contrario a cose come dormirci insieme?”
Lo vedo sorridere: “Ho imparato a fare delle eccezioni.”
“Me ne parli, di queste eccezioni.”
“È una sola, l’eccezione.”
“Una fidanzata?”
Seba sorride: “Non esageriamo, Dottore.”
“Una donna con cui ha una relazione stabile e monogama?”
“Stabile sì. Monogama no.”
“E a questa donna sta bene così? Che lei non sia monogamo?”
“Non lo è nemmeno lei.”
Cala il silenzio e cerco di rimanere impassibile. So che Prisco mi sta guardando, quindi cerco di non mostrare alcuna emozione.
“E coi colleghi, invece? Mi sembra di capire che anche lì abbia imparato a fare delle eccezioni.”
Fontana sembra divertito: “Dice?”
“Mi risulta che lei e l’agente Bernasconi lavoriate insieme da ormai 9 anni. E che con lei vada d’accordo.”
Sebastiano annuisce: “Farah Bernasconi è un ottimo agente. È intelligente. Ha un grande intuito. E so che posso contare su di lei in qualsiasi situazione.”
“Al punto da non voler lavorare con nessun altro?”
Lo vedo stringere gli occhi: “Preferisco lavorare in due. In tre è un casino.”
“Eppure quasi tutti gli agenti sul campo sono a gruppi di tre.”
“Buon per loro.”
“Quando dice buon per loro vuole sottintendere che lei non ha intenzione di provare a lavorare in tre?”
“Ci ho già provato. Il risultato è che Pavel è stato giustiziato con un colpo alla nuca davanti a me. Io sono stato massacrato di botte, lasciato per morto con un grave trauma cranico per cui ho dovuto subire un’operazione di neurochirurgia. E l’agente Bernasconi ha passato venti ore tagliata fuori dall’operazione perché Pavel ha combinato un casino.” Fissa l’obiettivo. “Se Pavel non ci fosse stato, nessuno sarebbe morto e nessuno sarebbe stato ferito.”
“È stata un’operazione sfortunata, ma…”
“No, Dottore. Non è stata sfortuna. È stato un errore che è stato commesso perché lui non si fidava di noi e noi non ci fidavamo di lui.”
Mi ritrovo ad annuire. Con la coda dell’occhio vedo che Prisco sbuffa e Adele sospira.
“Molto bene. A questo proposito… dieci anni fa ha detto di non aver paura di morire. Perché non ha niente da perdere. È ancora così?”
“No. Non lo è.”
“Come mai?”
“Perché adesso avrei molto da perdere. Quindi sono contento di non essere morto. Di essere ancora qui.” Fissa l’obiettivo. “E questo è tutto quello che ho da dire sull’argomento.”
Adele chiude il portatile davanti a me e mi fissa: “Hai già capito cosa ti vogliamo chiedere, vero?”
“No.”
Prisco sbuffa: “Dai, Bernasconi, non fare la finta tonta. E soprattutto non creare problemi dove non ce ne sono… già una volta hai cambiato Fontana, in meglio. Non avrai problemi a farlo di nuovo.”
“Io non ho fatto niente per farlo cambiare.”
“Guarda che non è mica una critica! Anzi!” Mi fissa. “Non è stato un caso se l’11 settembre del 2001 vi abbiamo messo a lavorare insieme.”
“Cosa...?”
“Fontana stava marcando molto male. Ancora due o tre mesi così e avremmo dovuto congedarlo.” Gli occhi di Prisco mi stanno perforando. “Poi Adele ha avuto un’idea. Ha pensato che responsabilizzarlo lo avrebbe rimesso in carreggiata. E così è stato. Follia e colpi di testa a parte, era già un agente molto bravo… ma quando è diventato il tuo senior agent è diventato un agente fenomenale.”
Scrollo le spalle e non dico niente e questa volta è Adele a partire alla carica: “Farah… te lo chiediamo per favore. Si tratta solo di farlo ragionare.”
“Ma perché ci tenete tanto? Abbiamo sempre lavorato bene in due.”
“Perché così è stato deciso dai vertici. Noi non c’entriamo niente. E mentre tutti quanti si sono adeguati, Fontana è l’unico a non essersi adattato.”
“Questo non è vero. Anche Pellizzari si rifiuta di lavorare in tre.”
“E infatti Pellizzari non lavora più con noi da ieri.”
Rimango un secondo inebetita e Prisco se ne accorge: “So che vi piace pensare che io sia un maledetto rompicoglioni e che io sia su questa terra solo per darvi fastidio, ma non è così. Sto facendo tutto il possibile per far rimanere in servizio Fontana, ma non potrò proteggerlo per sempre.” Mi fissa, poi si alza. “Ora scusatemi, devo andare a fare una telefonata.”
Io e Adele lo guardiamo uscire dalla stanza e poi ci fissiamo per qualche secondo negli occhi.
“Farah…ascoltami per favore. Convinci Sebastiano.” Sospira. “Mariano non sta bluffando. Sta facendo di tutto per proteggere Fontana, ma non può tergiversare per sempre.”
“Io… non sono sicura di essere capace di convicerlo.”
“Sei l’unica che può farlo. Sei l’unica che ascolta.”
“Non è vero, Adele. Ascolta anche te.”
La vedo sorridere: “Una volta era così. Ma non è più un ragazzino. Ha quasi 35 anni. Ha bisogno di sentirsi dire le cose dalla sua pseudo ragazza, non dalla sua pseudo madre.”
Anche se non vorrei sorrido anche io. La guardo e sospiro: “Ci proverò, d’accordo? Ma non ti garantisco niente.”
“Lo farai al più presto?” Faccio per prendere tempo, ma lei non ha finito: “So che vi vedrete stasera. So che vi vedete tutte le sere quando siete tutti e due a Roma.”
È vero. Nemmeno due ore fa l’ho visto seduto fuori dal bar qua di fronte. Beveva un caffè e fumava una sigaretta e mi ha fatto un cenno con la mano e rivolto uno dei suoi sorrisi. Cena da te? La spesa la faccio io. Ha detto semplicemente così e io ho annuito, come faccio sempre quando propone cose del genere.
“D’accordo. Lo farò stasera stessa.” Sospiro. “Anche se non so davvero come fare a convincerlo…”
“Vuoi un consiglio?”
Annuisco: “Ma certo.”
“Mettilo davanti a qualcosa a cui non può dire di no.”
“Tipo?”
“Ho lasciato quattro dossier sulla tua scrivania. Tre persone le scarterà senza pietà. La quarta… credo che non potrà dire di no, visto che è una sua selezione.”
“Chi?”
“Vedrai che lo capirai da sola.” Mi sorride. “Ora vai, Agente. E in bocca al lupo.”
Farah è strana stasera.
La guardo con la coda dell’occhio.
È sdraiata accanto a me nel letto e fissa il soffitto come se si aspettasse un’apparizione mistica da un momento all’altro, ma per il resto è silenziosa, come se io nemmeno fossi qua.
“Tutto bene?” Le chiedo.
Annuisce ma non mi guarda: “Sì, perché?”
“Sei diversa dal solito.”
Si gira su un fianco e mi pianta gli occhi addosso: “Io… ti devo parlare.”
“Di cosa?”
“Di noi.”
Anche se sapevo che prima o poi questo momento sarebbe arrivato, la verità è che non sono affatto preparato a quello che sta per succedere e mi sento un macigno sullo stomaco. Deglutisco.
“Hai cambiato idea, vero?” Anche se ho cercato di dirlo con voce neutra non mi è riuscito molto bene. “Su di noi, intendo. Te l’avevo detto che sarebbe successo. Che un giorno avresti voluto qualcosa di più… qualcosa di normale. E…”
Mi zittisco perché la vedo aggrottare le sopracciglia e scuotere la testa: “Ma no, Seba! Non parlo di noi in quel senso!”
“Ah.” La mia voce trasuda sollievo. “Ok.”
“Ma ti pare che ti farei un discorso del genere mentre siamo a letto?”
“Non so, Farah. Parliamo sempre di tante cose… sia a letto che fuori. Pensavo…”
Non finisco la frase perché a dire il vero non so nemmeno io cosa pensavo.
Lei mi fissa: “Senti, non so come dirtelo… quindi ti dirò la verità. E spero che tu non te la prenda. Prisco e Adele mi hanno fatto vedere due video, oggi.”
Per un secondo non capisco nemmeno di cosa stia parlando: “Che video?”
“Tuoi video in cui parli con Marcucci. Uno del 2000. E uno di pochi giorni fa.”
La guardo: “Quindi hai visto che razza di coglione insopportabile fossi prima di conoscerti…”
“Non eri così male.”
“Scherzi? Ero fuori controllo. È un miracolo che sia arrivato vivo al 2001. E te lo dico rendendomi conto che anche adesso non faccio certo una vita morigerata.” Scrollo le spalle. “Comunque sia… se hai visto anche quello della settimana scorsa sai anche che quando sono diventato senior agent sono cambiato.”
“È proprio di questo che dobbiamo parlare, Seba. Noi… è ora di cambiare un’altra volta.”
Faccio per chiederle in che senso, ma mi fermo, perché tutto d’un tratto mi sembra più che chiaro.
“Non lo voglio un cazzo di terzo incomodo!” Sbotto. “Non posso credere che ti abbiano convinto a parlarmi di ‘sta roba!”
Salto fuori dal letto e mi guardo intorno per trovare i miei boxer.
“Non vuoi nemmeno ascoltarmi, Fontana?”
Li vedo, li afferro e me li infilo: “No. Non voglio. Pensavi di sedurmi e convincermi come se niente fosse? Ne hai di cose da imparare, Farah. Non sono il genere di uomo che si lascia ammorbidire da una scopata!”
Balza fuori dal letto anche lei, ci gira intorno e mi si piazza davanti: “Ma certo che non lo sei! Non con me per lo meno!”
“Cosa vorresti insinuare? Che dalle altre mi faccio turlupinare come un qualsiasi imbecille?”
“Non ho detto quello!”
Fa per darmi uno spintone ma le blocco le mani: “E smettila di fare la bambina dell’asilo!”
“Bambina dell’asilo, io?” Si divincola e le lascio andare i polsi, sperando che non torni alla carica. “Sei tu che ti rifiuti di ascoltare come un bambinetto capriccioso!”
La guardo. È incazzata. Molto incazzata. Ma lo sono anche io: “Perché mai dovrei ascoltarti?”
“Perché se non lo fai giuro su tutto quello che ho di caro al mondo che questa è l’ultima volta che mi vedi!”
Mi sento il cuore battere in bocca: “Sarebbe difficile dato che lavoriamo insieme.”
“Non per molto, se continui così.” Afferra la mia camicia da terra e se la mette. “Lo sai che hanno dato il benservito a Pellizzari?”
“Scherzi?”
“No, Seba. E tu potresti essere il prossimo. Anzi. Lo sarai, se non la smetti di comportarti così.”
“Ma porca puttana.” Sbuffo. “Va beh. Sai cosa? Che mi lascino pure a casa. Questo lavoro non è tutto!”
“Ah no? E cosa faresti se non lo avessi? L’addetto alla sicurezza per una gioielleria? O la guardia del corpo per un qualche schifoso di politico tipo Alberto Spina? Pensa che bello passare le giornate ad aspettarlo fuori dall’albergo dove va con le sue mignotte!”
Rimango in silenzio perché purtroppo ha ragione. Questo lavoro non è tutto, ma per me è moltissimo. Anche perché è quello che faccio da quando ho diciotto anni e non saprei che altro fare se non lo avessi più. Per non parlare del fatto che non credo che mi piacerebbe lavorare senza di lei.
“Non lo voglio un terzo incomodo…” Mugugno alla fine.
“Beh, se vuoi che la tua vita prosegua come è andata fino ad adesso ti conviene accettarlo e non rompere.”
“Non voglio un altro Pavel…”
Alza gli occhi al cielo: “Nemmeno io. Vieni…” Mi trascina in salotto. Fruga nella borsa e tira fuori alcuni fascicoli. “Guarda questi… sembrano normodotati. Ora ne scegliamo uno e risolviamo ‘sto problema. E lo facciamo subito.”
Mi pesta in mano i dossier e non posso fare altro che annuire e fare quello che vuole lei. Come sempre, del resto. Siccome mi sta fissando faccio finta di studiarli nel dettaglio, ma la verità è che mi farei cavare un dente senza anestesia piuttosto che lavorare con uno qualunque di questi. Dopo aver fatto finta di impegnarmi per una decina di minuti la guardo e scuoto la testa: “Sono inaccettabili.”
Sospira: “Tutti?”
“Tutti.” Indico il primo fascicolo. “Guarda che faccia da pirla ha questo tale Giosuè Gualdi!”
Apre il frigo e ci guarda dentro: “È laureato in Matematica con 110 e lode alla Normale di Pisa. Tanto pirla non deve essere…”
“Figurati il senso pratico che può avere un laureato in matematica…”
“Anche Prisco lo è.”
Sorrido. Proprio lì la volevo: “Appunto! Chi lo vuole un altro Prisco?”
Tira fuori due birre: “Ve bene. Gli altri cos’hanno che non va?”
“Questo tale Rossi è alto 2 metri e 3 centimetri. Come possiamo pensare che passi inosservato? Ha pure i capelli rosso acceso.”
Farah fa scivolare una delle due bottiglie verso di me: “La tipa? Lei cosa ha che non va?”
“Scherzi?” Cerco di rimanere impassibile. “Non ci penso neanche. Và che aria da oca.”
“A me sembra una figa. Normalmente una così te la faresti di corsa…”
Ovviamente è vero, ma non gliela voglio dare vinta: “Non mi farei mai una collega con cui vado in missione!”
Farah scoppia a ridere fragorosamente: “Seba…fino a cinque minuti fa eri nel mio letto. Di cosa stai parlando?”
“Ma cosa c’entra! Tu non conti!”
“Non conto? Gentile da parte tua…”
Sbuffo: “Non in quel senso, Farah. Sai benissimo cosa intendo. Intendo che con te è diverso. Tu sei l’unica eccezione.”
“Caspita che fortuna che ho! Sono l’unica collega con cui vai a letto. Sei praticamente un santo…”
Mamma mia se è fastidiosa quando fa così: “Beh, almeno io posso dirlo. Non mi sono fatto Vadalà.”
“Quanto sei stronzo!”
“Stronzo perché dico la verità? E poi tu e la Pozzi non andreste d’accordo, fidati.”
“E tu cosa ne sai?”
“La conosco.”
“La conosci?”
“Sì.”
“Ma certo. Ho capito tutto…” Mi fissa e beve un sorso di birra. “Te la sei già fatta. Immagino sia stata anche lei un’eccezione.”
Mentirle mi riesce sempre malissimo. Sospiro: “E va bene. È successo solo una volta. Esattamente come a te con Vadalà.”
“Chi ha detto che io e Vadalà siamo andati a letto solo una volta, scusa?”
La fisso: “Me lo hai detto tu. A Tel Aviv. Comunque sia, se è successo più di un volta, buon per te, mazel tov! Non devi certo renderne conto a me.”
“Infatti, non devo. Ma non sono io che sto scartando uno dei potenziali terzi incomodi perché ci sono andata a letto. Che poi chissà che problema ci sarà mai anche se lo avete fatto!”
Non può pensarlo davvero. Non può e basta. L’unica altra opzione è che stia dicendo queste cose per provocami. Sbuffo: “Il problema è che era diventata… appiccicosa. Ok?”
Ride: “Povero Seba! Assediato dalle sue ex amanti che non possono fare a meno di lui!”
“E poi lo stronzo sarei io…” Borbotto. “Prendimi in giro quanto vuoi, ma Marina Pozzi è fuori questione. Punto.”
Sorride e quel sorriso un po’ mi preoccupa. La vedo andare di nuovo alla sua borsa e prendere un altro fascicolo, poi si avvicina e si siede sulle mie gambe: “Molto bene. Vediamo se riesci a dire di no anche a questo. Lo hai segnalato tu, ai tempi…” Non mi dà il tempo di rispondere e mi bacia a lungo, a lungo abbastanza da farmi dimenticare Marina Pozzi, Vadalà e tutto il resto. Rilasso le spalle e le accarezzo la schiena e ci baciamo per ancora qualche secondo, poi lei si stacca delicatamente, ma mi rimane comunque in braccio: “Dai… dimmi cosa ne pensi di quest’ultimo.”
Apro il fascicolo e sospiro. Farah, come sempre, è stata furba. Sapeva che avrei rifiutato i primi tre, quindi si è tenuta il migliore per ultimo.
La faccia non mi è nuova, dato che effettivamente sono stato io a segnalarlo. Mi ricordo anche la frase finale con cui avevo concluso il mio rapporto: soggetto ottimo sotto ogni punto di vista, caldamente consigliato l’arruolamento. E nel caso non me lo ricordassi, Farah ha evidenziato quella stessa frase annotata con la mia scrittura.
“Giulio Locatelli. 30 anni. Risultati sopra la media in Polizia. Parla quattro lingue, di cui due sono tedesco e russo. Che non sono esattamente il nostro forte… alto 1,84, capelli di un normalissimo castano… laureato in Giurisprudenza, master in Pubblica Sicurezza…” Mi dà un bacio distratto sulla tempia. “…e lo hai scritto anche tu che è molto più che a posto.”
Mi ha incastrato.
Continuo a scorrere il dossier fino a che metto a fuoco un particolare che mi fa sorridere: “Sarà anche a posto, ma è sposato.”
“E allora? Non va bene?”
“Va benissimo. Anzi. È perfetto. Durerà meno di tre mesi e poi chiederà di essere trasferito in Italia. O tornerà direttamente a Milano con le pive nel sacco per stare con la sua mogliettina. Esattamente come hanno fatto gli altri.”
“Gli altri li hai fatti scappare tu.”
“E farò scappare anche lui.”
Mi accarezza una guancia e mi sfiora le labbra con un bacio: “Non partire prevenuto. Magari questo Locatelli sarà diverso…”
“Non sono prevenuto. Ma avere un terzo incomodo con noi non è certo ideale. Lo sai.”
La vedo sorridere: “Perché no?”
“Me lo chiedi anche? Odio non poterti baciare quando voglio…”
Mi guarda e piega la testa da una parte: “A chi lo dici…”
Appoggio il fascicolo di Locatelli sul bancone per poterla abbracciare meglio: “Cosa ne dici se ora smettiamo di parlare di lavoro e prepariamo la cena?”
Farah sorride: “Volentieri. Cosa hai portato di buono?”
“Gli ingredienti per fare una steak tartare. Dell’insalata se no mi sgridi. Due bottiglie di pinot nero. E tutto l’occorrente per una colazione a base di salmone e avocado.”
“Ah. Rimani qua a dormire, quindi?”
Sembra divertita anche se non saprei dire perché.
“Io… se a te va… sì. Perché il sorrisino?”
“Detesto dividere il letto con qualcun altro.” Imita alla perfezione il mio modo di parlare. “Soprattutto se è una donna con cui ho appena fatto sesso.”
Alzo gli occhi al cielo: “Sei davvero spassosa…”
“Lo so.”
Si alza e fa per allontanarsi verso il frigo ma le prendo una mano e la trattengo: “Come ho detto anche a Marcucci, ho imparato a fare delle eccezioni. Un’eccezione, anzi.”
Mi guarda e mi accarezza una guancia: “E come mai?”
“Innanzitutto perché tu non rubi le coperte, non ti muovi troppo e solitamente non hai né caldo né freddo. Ma soprattutto perché non scassi le palle con le coccole.”
“Non lo faccio perché ci sei già tu a farlo.” Mi punta un dito contro. “E non dire che non è vero. Ora mettiamoci a fare da mangiare, che sto morendo di fame.”
Le lascio andare la mano e sorrido. Una volta tanto, nella vita, credo di aver fatto una scelta azzeccata quando ho deciso che Farah sarebbe stata l’eccezione che conferma la regola. E chissà, magari lo sarà anche questo cavolo di un Locatelli.
Milano, 22 febbraio 2010
Guardo l’ora. Sono le sei passate, fuori è già buio da un pezzo e sono in mega ritardo, ma non potevo dire di no a questo incontro con il nuovo Questore, il Dottor Guido Costazza. L’incontro, comunque, non è che sia andato molto bene: perché volesse a tutti i costi conoscermi non lo so, dato che dal primo istante in cui sono entrato nel suo ufficio mi ha guardato con aria torva, come se gli dessi fastidio. Non lo so e probabilmente non lo saprò mai, ma non è questo il momento di pensarci. Sospiro e mi avvio giù per il corridoio, verso le scale, ma non faccio in tempo a fare tre passi che il cellulare comincia a squillarmi in tasca. Vorrei ignorarlo e andarmene perché oggi è il compleanno di Isabella e voglio arrivare a casa a un orario decente, ma so fin troppo bene che quando qualcuno chiama a quest’ora, in genere, si tratta di qualcosa di importante. Spesso, ma non sempre.
Tentenno un secondo, poi decido di ignorare la chiamata.
Se è importante richiameranno.
Faccio un paio di passi e il cellulare ricomincia a squillarmi in tasca.
“Che palle…”
Lo tiro fuori e aggrotto le sopracciglia: un numero anonimo? Mi fermo perché sulle scale le voci rimbombano e non voglio che mi sentano in tutto il palazzo: “Pronto?”
“Parlo con il Commissario Giulio Locatelli?” È una voce che non ho mai sentito, leggermente roca ma allo stesso tempo vellutata.
“Sono io. Chi parla?”
“Fontana. Chiamo da Roma.” Dalla parlata non si direbbe proprio: ha un accento indefinibile del nord Italia, senza particolari inflessioni regionali. “Lavoro per il Ministero degli Interni. Le telefono perché ho una proposta per lei.”
Non appena lo dice rizzo le antenne: tutto mi aspettavo tranne che quelli dei Servizi Segreti mi avrebbero chiamato un’altra volta. La prima telefonata era stata a scopo informativo, ma non pensavo di interessargli davvero. A quanto pare mi sbagliavo.
“Che proposta?”
“Un lavoro. Sempre che lei sia ancora interessato, ovviamente.”
Non so cosa dire. Sarebbe davvero un bel colpo, questo. Non solo per via dello stipendio che avevano menzionato en passant ma che io ricordo benissimo essere il quadruplo di quello che prendo adesso, ma anche perché farei finalmente vedere a tutti, soprattutto a mio padre, che non sono solo un poliziotto qualunque.
“Mi dica…”
“Preferiremmo non parlarne al telefono. Crede che potrebbe fare un salto a Roma nel weekend? Potrebbe portarci anche sua moglie. Una fuga romantica per il compleanno della signora…”
È una mia impressione o lo ha detto con tono divertito?
“Come fa a sapere che è il compleanno di mia moglie?”
“Ho davanti a me la sua scheda, mi pare ovvio. Dice che lei è sposato dal 2007 con Isabella Ferrari, nata a Milano il 22 febbraio 1982.” Lo sento accendersi una sigaretta. “Allora? Crede di poter venire a incontrare il Colonnello Prisco?”
“Io… ma certo che sì.”
“Speravo che avrebbe accettato… e mi sono permesso di prenotarvi una camera all’Hotel Hassler Villa Medici in Piazza della Trinità dei Monti.” Rimango in silenzio talmente a lungo che lui continua. “Offriamo noi, ovviamente.”
Per fortuna, mi viene da dire, perché non credo che io e Isa potremmo permettercelo.
“Grazie.”
“Di niente. Io purtroppo non sarò presente all’incontro… come può sentire in sottofondo, sono all’aeroporto.”
Non ci avevo fatto caso, quindi tendo l’orecchio.
“Sembra più una stazione…”
Lo sento ridere: “Bravo, mi ha beccato. Primo test passato. Comunque sia, avremo modo di conoscerci più avanti se dovesse decidere di accettare. La saluto e le mando i biglietti per corriere, glieli consegneranno domani in ufficio. A presto, Locatelli.”
Non faccio in tempo a rispondere che ha già messo giù.
Ok.
Ora sono davvero in ritardo.
Cercando di non pensare alla telefonata di questo tale Fontana, che a quanto pare non ha né un nome di battesimo né un grado o una qualifica, mi fiondo giù di corsa per le scale e quasi vado a sbattere contro il Vice Questore Aggiunto Enrica Ferri, l’ultima persona che vorrei vedere in questo momento. O anche in generale, a dire il vero.
“Giulio. Ciao.”
“Enrica… ciao.”
Mi fissa: “Come mai tanta fretta?”
“Nessuna fretta.”
Rimaniamo in silenzio a guardarci. Lei stringe gli occhi: “Dimmi un po’… è vero che ti vogliono i servizi segreti?”
La domanda mi spiazza: “Come lo sai?”
“Una tale De Marchi ha fatto domande su di te. Voleva sapere che tipo sei.”
“Le ha fatte a te?”
“Sì.” Fa un sorrisetto. “Sembra che la cosa ti preoccupi.”
Deglutisco: “Cosa le hai detto?”
“La verità.” Si sta divertendo un mondo a tenermi sulle spine, lo vedo. “Che sei un poliziotto fenomenale. Un uomo di saldi principi. Ma che quando vuoi sai infrangere le regole e fare le cose di nascosto senza farti beccare, come la migliore delle spie. Il tutto con quel tuo fare da bravo ragazzo che ti rende insospettabile.”
Mi fissa.
La fisso.
So benissimo che vuole solo provocarmi e so anche che non devo lasciarglielo fare. Non dico niente e alla fine è lei a parlare: “Sembrava molto soddisfatta di quello che le ho detto.”
“In tal caso ti ringrazio.” Tiro fuori le chiavi dalla tasca. “E ora ti saluto. Devo andare.”
Faccio due gradini, ma poi la sua voce mi raggiunge di nuovo: “Spero che tu abbia intenzione di dire di sì. È una grande opportunità. E non esattamente una cosa che chiedono a tutti.”
Mi giro, la guardo e annuisco: “Lo so.”
“E io so che sono l’ultima persona da cui vuoi un consiglio, ma te lo darò lo stesso. Accetta. Saresti pazzo a non farlo.”
Annuisco di nuovo, ma non mi sbilancio perché non è né il luogo né il momento adatto per farlo: “Buona serata, Enrica.”
“Anche a te.” La sento ridacchiare. “E fai gli auguri a Isabella da parte mia…”
Come faccia a ricordarsi che è il compleanno di mia moglie non lo so. Anzi. Forse lo so — ma non voglio pensarci. Me ne vado e basta e me la lascio alle spalle, anche se non per sempre, ma spero almeno per un po’.
Roma, 27 febbraio 2010
“Allora… cosa ne pensi?”
La voce di Isabella mi fa aprire gli occhi. Il bagno della nostra stanza d’hotel sembra una reggia e sarà almeno mezz’ora che sono a mollo in questa vasca fantastica e stavo quasi addormentandomi. Fisso lo sguardo su di lei: ha addosso un accappatoio candido, i capelli raccolti in uno chignon un po’ spettinato ed è bellissima.
“Penso che tu sia splendida.”
Scoppia a ridere: “Grazie, ma non intendevo quello. Intendevo cosa ne pensi di quello che ti hanno detto quei tizi alla riunione.”
Le sorrido e le faccio segno di sedersi sul bordo della vasca: “Lo avevo capito, ma non ho voglia di parlare di lavoro, adesso…”
Si siede e le appoggio una mano sulla gamba.
“Ah, no? E cosa vorresti fare?”
“Vorrei che mi facessi compagnia in questa stupenda vasca da bagno…”
Sorride, si piega in avanti e mi bacia e ne approfitto per tirarla verso di me.
Si stacca dal bacio e ride: “Attento, mi farai cadere nell’acqua con l’accappatoio!”
“Non importa. Chiederemo di portarcene su un altro…” Riprendo a baciarla e lei fa altrettanto, ma qualcuno bussa alla porta della stanza. Ci stacchiamo di nuovo e ci guardiamo.
“Che leggano anche nel pensiero, in questo hotel?”
“O quello o ci sono delle microspie…”
Si alza dal bordo: “Vado a vedere chi è…”
Mentre sono solo aggiungo un po’ d’acqua calda alla vasca e già che ci sono anche un po’ di bagnoschiuma. Poco dopo Isabella ricompare in bagno con una bottiglia e due bicchieri: “Un regalo di benvenuto da parte di un certo Prisco.” Mi guarda. “C’è qualcosa che dovrei sapere?”
Non hanno perso tempo, a quanto pare. Annuisco: “Dammi… vuoi che la apra?”
“Non ti preoccupare. Faccio io.” Si mette all’opera. “Tu intanto spiegami come è andata e perché questo tizio ci ha mandato una bottiglia di Roederer Cristal…”
Rimandare è inutile, quindi annuisco: “D’accordo. Per farla breve, mi hanno offerto un lavoro.”
Isabella stappa la bottiglia e versa lo champagne nei bicchieri: “E?”
“Si tratterebbe di lavorare sul campo per 5 anni. Dopodiché, se vorrò, verrò trasferito a lavorare per il Ministero.”
Cerco di incrociare il suo sguardo, ma lei sta guardando i bicchieri. Li solleva, guarda il perlage in controluce, poi si gira e me ne porge uno: “È un lavoro pericoloso?” Faccio per rispondere ma non ha finito. “La verità, amore.”
“Non più di quello che faccio già.”
Appoggia il suo bicchiere al bordo della vasca, si slaccia la cintura e lascia cadere l’accappatoio per terra: “Quindi?”
Rimango a guardarla senza dire niente.
“Giulio? Perché mi fissi?”
Continuo a stare in silenzio e la osservo mentre entra nella vasca e si siede lentamente di fronte a me. Dopo qualche istante mi guarda e ride: “La vuoi smettere di fissarmi? Sono otto anni che mi vedi nuda!”
Sorrido: “E allora?”
“E allora stavamo parlando di quello che ti hanno detto quei tizi.”
Annuisco e bevo un sorso di champagne: “A che punto ero arrivato?”
“Al punto in cui, a quanto pare, hai accettato senza nemmeno parlamene…”
Scuoto la testa: “Non ho accettato. Ho detto che ci avrei pensato.”
“Davvero?”
“Davvero. Non prenderei mai una decisione del genere senza parlartene.”
Isabella mi guarda, poi sorride e intreccia le sue gambe alle mie: “Parliamone, allora…”
Vorrei fare tutt’altro in questo momento. Averla qui, sentire la sua pelle morbida contro la mia, vedere i suoi occhi fissarmi così mi fa venire voglia di lasciar perdere discussioni e champagne. Ma la conosco. E conosco quello sguardo. Non ha intenzione di smettere di parlarne, non ancora.
“Per i primi cinque anni prenderei cinque volte lo stipendio che prendo ora. E avrei più o meno tutto pagato. Dal sesto anno in poi… ancora di più.”
“Minchia!”
È esattamente quello che ho pensato anche io quando me l’hanno detto e scoppio a ridere: “Pazzesco, vero?” Mi rifaccio serio. “Però… non so se accettare.”
“Perché no?”
“Perché dovrei passare molto tempo lontano da te.” La guardo negli occhi e lei fa altrettanto. “Non so se sia una… se sia qualcosa che voglio fare. Che vogliamo fare.”
“Ma torneresti ogni tanto?”
“Sì, certo. Ma non ti so dire ogni quanto e per quanto.”
“Non hai chiesto?”
“No. Era… non era una domanda da fare.”
“Perché no?”
“È una sensazione che ho avuto.” Scrollo le spalle. “Quel tale Prisco ha parlato di non so quante ex mogli, come se considerasse l’idea di essere sposati una mega cazzata.”
“Ottimo…”
Appoggio il bicchiere al bordo, mi piego in avanti e le prendo una mano: “Quello è un problema suo, Isa. Quello che interessa a me è sapere cosa ne pensiamo noi due.”
Lei mi fissa: “Se devo essere sincera, non mi piace molto l’idea di non vederti per lunghi lassi di tempo.”
“Non piace nemmeno a me.”
“E penso anche che i posti dove andrai saranno pieni di… donne. Magari anche bellissime. Che ci proveranno con te senza il minimo ritegno.”
Con la mano che non ho nella sua le accarezzo il viso: “Lo sai che le altre non mi interessano. Non mi sono mai interessate… non vedo perché dovrebbero cominciare a interessarmi adesso.”
“Perché sarebbe diverso. Saresti lontano. E sai come si dice: lontano dagli occhi, lontano dal cuore.”
“Per me non è così.” La guardo negli occhi e spero che veda che è quello che penso veramente. “Ma se non vuoi che io vada… basta dirlo. Dillo e dirò a quel tale Prisco che il lavoro non mi interessa.”
Isabella abbassa gli occhi un istante, poi sospira: “Sarei proprio una stronza a chiederti una cosa del genere.”
Mi sporgo ancora un po’ e le do un bacio: “Io non lo penserei. Lo sai.” Altro bacio. “L’unico motivo per cui ho accettato questo colloquio è che credevo che tu volessi che io facessi carriera. Ma davvero, Isa, se l’idea non ti va posso dire di no. Non sono obbligato.” Le sorrido, ma lei rimane seria. Conosco molto bene quella faccia. È quella che fa quando sta per implodere e passare dall’essere di ottimo umore all’essere assolutamente cupa e intrattabile. Le stringo la mano: “Comunque sia non devo decidere niente in questo istante. Adesso direi di approfittare in tutti i modi possibili e immaginabili di questa reggia. Cosa ne dici?”
Per un secondo non dice niente, poi scoppia a ridere e mi bacia.
Pericolo sventato, emergenza rientrata.
Credo, in qualche modo, di aver appena portato a termine con successo la mia prima missione.
Roma, 11 settembre 2010
Dopo aver accettato la proposta del Colonnello Prisco ho seguito per sei mesi un addestramento duro ma fattibile, che ha spaziato dalle prove fisiche a quelle mentali, e le ho superate tutte senza grandi problemi. Ma quello che mi aspetta oggi è diverso e, per quanto io cerchi di stare calmo, non mi sta riuscendo molto bene.
Sospiro. Non avevo idea che i paracadutisti amassero lanciarsi all’alba, ma forse è meglio così: almeno mi toglierò il pensiero il prima possibile. Oppure morirò e di pensieri non ne avrò mai più. Una delle due.
Arrivo all’hangar che mi hanno indicato con cinque minuti di anticipo, cercando di non pensare al fatto che oggi sia l’11 settembre. Normalmente non sono scaramantico, ma se avessi potuto scegliere un giorno in cui lanciarmi per la prima volta ne avrei scelto un altro. Appena entrato mi rendo conto di essere più o meno l’ultimo. C’è un gruppo di ragazzi che avranno circa vent’anni che chiacchierano chi seduto su una panca, chi in piedi. Uno di loro, un tizio biondo grande e grosso mi nota e mi fa un cenno con la testa: “Tu chi sei?”
“Giulio Locatelli. Sono…”
“Sei uno di quelli. Abbiamo capito.” Taglia corto un altro.
“Uno di quelli… chi?” Domando.
“Degli altri, diciamo. Non sei uno di noi.” Mi squadra. “Non hai gradi, quindi non sei un pezzo grosso. E sei troppo vecchio per essere uno di noi.”
A trent’anni compiuti da poco non me lo avevano ancora dato, del vecchio, ma fa niente.
Scrollo le spalle: “Devo incontrarmi con un certo Capitano Fontana. Mi hanno detto che lo avrei trovato qui.”
“Sì, sei nel posto giusto.” Si avvicina come se mi dovesse dire qualcosa di confidenziale. “È qualche minuto in ritardo. Il Capitano è uno a cui piace fare le ore piccole, diciamo.”
Un mormorio e delle risate attraversano l’hangar.
“Sì?”
“Sì. Ogni tanto usciamo con lui. Vero, ragazzi?”
Un nuovo mormorio di assensi attraversa la stanza.
“Cioè… più o meno.” Dice un altro. “A dire il vero noi usciamo, lui arriva due ore in ritardo, beve un paio di cose e va regolarmente a casa con quella più bella che c’è in giro…”
Un terzo tizio sbuffa: “È sempre così. Con lui ci stanno tutte, non so perché…”
“Te lo dico io perché, Puglisi.” Ci voltiamo tutti verso la porta. Un uomo sui 35 anni, alto, coi capelli mossi e scuri e gli occhi verdi ci guarda e fa un sorrisetto. Non ho bisogno che qualcuno mi dica che questo è Fontana. Quello che non so, invece, è perché sia in abito da cerimonia, un tre pezzi blu scuro di ottimo taglio, i primi due bottoni della camicia bianca aperti e la cravatta che penzola da una tasca. “Con me le ragazze ci stanno perché non vado a infastidirle con approcci al limite della molestia sessuale. Tutto qui.” Puglisi arrossisce violentemente e gli altri sghignazzano, ma lui li ignora e fa due passi verso di me: “Tu devi essere Locatelli. Piacere, Fontana.”
Ci stringiamo la mano: “Piacere di conoscerla.”
“Diamoci del tu. Se oggi il paracadute si apre e non moriamo passeremo molto tempo insieme… tanto vale che ci abituiamo uno all’altro.”
“Ok.”
Mi fissa: “Scherzavo. Il paracadute si aprirà, l’ho preparato io. Andiamo.”
Mi fa segno di seguirlo, ma non faccio in tempo a farlo che tutto il plotone si muove. Con la coda dell’occhio Fontana se ne accorge, si ferma e si gira: “No, no. Cambio di programma. Voi vi lanciate con Collina. Io devo dedicarmi a Locatelli.”
“Ma perché, scusi?” Si lamenta il biondo di prima.
“Perché l’ho detto io, Bianchi. Sei geloso, per caso? Perché guarda che non sei proprio il mio tipo…”
“No, Signore.”
“Ecco allora forza, andate!” Mi guarda. “Tu vieni con me.”
Lo seguo in silenzio fino ad un aereo sulla pista. Un pilota della Folgore ci saluta con un cenno della mano e si avvicina a Fontana con aria da cospiratore: “Allora? Racconta! Te la sei fatta?”
“Cosa...?”
“Mi hanno detto di sì.” Lo interrompe. “Ho saputo che quando sei sparito dalla festa è perché sei andato a casa con la damigella e con due sue amiche… tutto vero?”
Fontana scuote la testa: “Non c’erano amiche di mezzo. Ti hanno informato male.”
“Peccato. Per te, più che altro. Una damigella e due amiche sarebbe stato un bel colpaccio.”
“Mi spiace deluderti, eravamo solo io e lei.” Indica l’aereo. “Tutto pronto? La mia tuta? I miei anfibi?”
Il pilota annuisce, si gira e prende una borsa verde militare: “Ecco qua tutto.” Fontana si toglie le scarpe, poi la giacca e il gilet, ma l’altro non ha finito: “La damigella era una gran figa. E te lo dice uno a cui piacciono le belle donne…”
Si sbottona la camicia e la toglie: “Sì, sì… certo.”
Il pilota si acciglia: “Perché fai il sostenuto? Cos’è che mi stai nascondendo?”
Fontana si toglie anche i pantaloni e rimane con addosso solo un paio di boxer a quadretti bianchi e blu: “Niente perché?” Si guarda in giro. “Una maglietta ce l’hai?”
“Dimenticavo che hai la pelle delicata…” Il pilota ride e gli indica la clavicola destra, dove Fontana ha il segno di un morso. “La damigella morde, eh?”
“Ce l’hai o no ’sta maglietta?”
“Tieni.” Gli tira addosso una t-shirt bianca e Fontana se la infila prima di mettersi la tuta. Siccome sembra che non abbia intenzione di dire nient’altro il pilota si gira verso di me e mi guarda, come se fino ad ora fossi stato trasparente: “È la tua prima volta, bimbo?”
Bimbo? Faccio per protestare, ma forse è meglio lasciar perdere dato che sto per affidare la mia vita a quest’uomo. Annuisco: “Sì.”
“Allora sarò delicato.” Ridacchia. “Vedrai che non fa male…”
Scoppia a ridere come un pazzo.
Fontana sospira: “Questa battuta era vecchia quando ha fatto il militare mio nonno, Zanetti.”
“A me fa sempre ridere… anche se non mi fa ridere quanto vedere questi verginelli terrorizzati prima del loro primo lancio…”
Si infila gli anfibi ma non se li allaccia: “Dai, andiamo. Prima saliamo, prima scendiamo, prima me ne posso tornare a letto.”
“Con la damigella?”
“Macché damigella. Da solo. Non ho dormito stanotte, sono sfatto.” Indica l’aereo. “Su, dai!”
Se Dio vuole quel tale Zanetti si mette dietro la cloche e io e Fontana ci arrampichiamo dentro l’aereo. È piccolo, del genere che non amo troppo prendere anche se mio padre non si stanca mai di ripetermi che sono più sicuri dei jet. Ma non dico niente e mi siedo, buono e zitto, mentre lui si accomoda davanti a me, sbracato e a suo agio come se fosse in salotto a vedere un film.
Dire che ad ogni secondo che passa sono sempre più terrorizzato è dire poco. Ho talmente tanta paura di buttarmi che credo che se fossi il tipo da svenire, sverrei. Ma mica posso tirarmi indietro proprio adesso, dopo tutto l’addestramento, la fatica e le menate che ho dovuto sopportare sarebbe davvero un grande spreco. No. Devo farcela. Anche se non voglio, devo. Anche perché il pensiero di dire a Fontana e a quell’altro squinternato della Folgore che ho paura è fuori discussione, così come lo sarebbe dire a mio padre che non sono riuscito ad andare fino in fondo a questa storia.
Locatelli è terrorizzato. Me ne accorgo anche se ho un mal di testa che mi squarta il cranio a metà, una sete implacabile e un sonno indicibile. Dopo dieci ore tra cerimonia, aperitivo, cena e balli, non so quanto alcol e zero minuti di sonno sono conciato da far schifo, ma certe cose le vedo. E vedo che lanciarsi da un aereo è l’ultima cosa che vorrebbe fare. In realtà anche io avrei pagato per fare altro, stamattina. Tipo rimanere a letto con Farah. Perché la famosa damigella era tutta una copertura: dopo il matrimonio sono andato a casa con Farah, non con Arianna. Non ci vedevamo da più di due mesi e, come al solito, rivederla è stato epico. Mi viene da sorridere, ma non lo faccio perché qualunque movimento superfluo mi peggiora il mal di testa, anche se da sorridere ce ne sarebbe.
Locatelli si sta guardando le mani con insistenza, col fare di uno che potrebbe perdere i sensi da un momento all’altro. Forse dovrei dire qualcosa. Frugo nella borsa, tiro fuori la mia fiaschetta e gliela porgo: “Ti vedo nervoso. Vuoi?”
Mi fissa e scuote la testa: “Sono le sei e mezza del mattino…”
“E allora? Tanto non ho dormito, quindi per me è come se fosse ancora ieri sera. E anche tu hai l’aria di uno che non ha chiuso occhio. Ti assicuro che è meglio che tu un sorso lo prenda.”
Mi guarda ancora un attimo, poi accetta la fiaschetta e beve un paio di sorsi belli grossi. Rabbrividisce, chiude gli occhi e mi restituisce la fiaschetta.
“Meglio?” Gli chiedo.
“No.”
Ne bevo un sorso anche io: “Ok. Ma almeno se morirai potrai dire di aver bevuto dell’ottimo whisky poco prima…”
“E a chi lo potrò dire, se sono morto? A San Pietro?”
Scoppio a ridere, anche se ridere mi fa aumentare il mal di testa: “Ma dai, Locatelli! Non moriremo. Mi sono lanciato centinaia di volte… non devi preoccuparti.”
“No?”
“No. Il trucco è pensare ad altro…” Mi metto la cintura di sicurezza e guardo Locatelli, che è diventato ancora più pallido: “Cerca di pensare a qualcosa che ti piace.”
“Al momento non… non mi viene in mente niente che mi piaccia.”
“Addirittura? Ma dai! Ti deve piacere pur qualcosa. Mangiare, bere, dormire, scopare…” Non mi risponde. “Niente? Nessuna di queste cose?”
Annuisce: “Sì. Mi piacciono tutte e quattro, ma in questo momento… non riesco a pensarci.”
Continuo a insistere solo perché lo vedo sempre più verde in viso e non vorrei che mi vomitasse addosso mentre siamo imbragati insieme: “Dai, ti aiuto. Tua moglie è qua a Roma, vero?”
“Sì.”
“Cosa vi piace mangiare? Vi piace la pasta?”
“Sì, certo.”
“Ecco allora pensa che tra poche ore potrai sederti a mangiare la carbonara più buona della tua vita. Ti dico io dove andare a mangiarla. E ve la mangerete annaffiata da copioso vino rosso… vi piace il vino?” Si limita ad annuire. Non sta aiutando, ma continuo. “E dopo aver finito di mangiare potete tornare in albergo, fare una pennichella e poi puoi trombare con lei tutta notte. Cosa vuoi di più?”
Locatelli si nasconde la faccia tra le mani.
“E dai, nemmeno l’idea di trombare tutta notte ti fa sorridere? Che palloso che sei. Povera moglie!”
“Si chiama Isabella…” Mugugna.
“Povera Isabella, allora. Se non trombate mai guarda che ti lascia…”
Finalmente mi guarda: “Chi ha detto che non trombiamo mai? È solo che non mi pare il momento di pensarci…”
“È sempre il momento di pensarci, fidati.” Bevo un ultimo sorso dalla fiaschetta e la metto via. “Non fare il timido e dimmi… tu e Isabella siete ben assortiti a letto?”
“Ma cosa te ne frega? Non ho voglia di parlare della mia vita sessuale con un completo sconosciuto!”
“Un completo sconosciuto a cui stai per affidare la tua vita…” Mi alzo e indosso il paracadute. “Fossi in te sarei un filo più gentile…”
“Ho troppa paura per essere gentile.”
“Come vuoi. Alzati, dai.” Lo fa, ma si vede lontano un chilometro che gli tremano le gambe. Faccio finta di non notarlo. “Girati, per favore.” Si lascia mettere la sua imbracatura come se fosse un bambino di tre anni e mentre gliela allaccio sento che ha il cuore che gli martella a mille. Il primo istinto è quello di fregarmene perché in fondo non è affar mio, ma poi penso agli insulti che mi rivolgerebbe Farah se sapesse che ho pensato una cosa del genere e sospiro: “Ascoltami un secondo. Guardami.”
Lui lo fa. Ormai è terreo: “Ti… ti ascolto.”
È praticamente senza voce.
“Non devi farlo per forza. Non tutti gli agenti sanno lanciarsi.”
Scuote la testa: “Ho detto che lo avrei fatto. Lo farò.”
Testardo.
“Come vuoi. Allora calmati, che non voglio lanciarmi imbracato a un morto d’infarto.” Annuisce. “Ok. Girati di nuovo, allora.”
Finisco di imbracarlo e, visto che non dice una parola, mi metto a canticchiare: “Shake me into the night and I’m an easy lover… Take me into the fight and I’m an easy brother… And I’m on fire…”
“Bella canzone.” Lo sento dire.
Sorrido.
“Bravo, Locatelli! Ti piacciono i Kasabian?” Annuisce. “Ecco, allora canta che ti passa…”
“Burn my sweet effigy, I’m a road runner…” Canta lui. Ha una bella voce. Forse da qualche parte ho letto che lui e il fratello avevano una band al liceo e all’università. “Spill my guts on a wheel, I wanna taste uh-huh… And I’m on fire… And I’m on fire…”
Senza bisogno che glielo dica lui continua a fare la voce principale del ritornello e io faccio la seconda voce: “I’m going, you tell me, I feel it, I say it… I’m heading back into the tunnel for my soul to burn…”
“And I’m on fire…” Canta lui.
Finisco di collegare le nostre imbracature e mentre controllo che sia tutto a posto sento che ora il cuore gli batte a ritmo più normale. Bene così. Continuo: “I’m coming, you coming, no hiding, my feeling… I wanna take it to the highest over me, yeah…”
Gentilmente ma con decisione lo spingo verso il portellone dell’aereo. So che si aspetta un conto alla rovescia di qualche tipo, ma non lo faccio. Probabilmente non se ne è accorto, ma la luce è già diventata verde e possiamo lanciarci. Siccome lui sta ancora cantando decido di non dire niente. Di farlo e basta.
“And I’m on…” Non fa in tempo a finire la frase che mi appoggio a lui e in un attimo siamo fuori dall’aereo, in caduta libera. “Ahhhhhhhhhhhhhh….”
Di colpo l’urlo gli si spegne in gola e non posso fare a meno di ridere: “Non dirmi che sei svenuto, Locatelli!”
Lo vedo scuotere la testa.
“Ok, non sei svenuto ma non riesci più a cantare?”
“Cantare? Ma vaffanculo, Fontana! Non mi hai avvertito!”
“Ma certo che no, così non te ne sei nemmeno accorto…” Apro le braccia. “Dai… non è bellissimo vedere tutto da quassù?”
“Ma che ne so, ho gli occhi chiusi!”
“E allora aprili, pirla! Questa è la parte migliore.”
Locatelli non dice niente per qualche secondo, poi lo sento muoversi: “Ma porca vacca, a quanto stiamo andando?”
Deduco che abbia aperto gli occhi.
“Circa 200 chilometri all’ora… non è fantastico?”
“Ma non lo apri il paracadute, cazzo?”
“Sei matto? Non ancora! Questa è la parte più bella! I primi 50 secondi sono meglio che scopare!”
“Mi sa che hai sempre scopato nel modo sbagliato, allora…” Urla lui.
Scoppio a ridere: “Ha parlato quello che non tromba mai con sua moglie!”
“Ma chi lo ha detto? Io e Isabella trombiamo eccome e se posso dire la mia è di gran lunga meglio che cadere da un aereo a questa velocità FOLLE!”
Ho ancora qualche secondo per divertirmi: “E va bene, Casanova, se il paracadute si aprirà e non moriremo schiantati mi darai ripetizioni di Kamasutra…”
“Sei uno…”
Suppongo che voglia darmi dello stronzo, ma non finisce la frase perché apro il paracadute e di colpo tutto rallenta e siamo circondati dal silenzio: “Contento adesso?”
Lo vedo guardarsi intorno: “Wow… ora… questo sì che è meglio che scopare…”
Rido: “Goditelo allora. Ci vorranno circa sette minuti prima di toccare terra.”
“Sette minuti?”
“Sì, Locatelli. E non fare battute del cavolo sulla durata, ok? Le ho già sentite tutte da quel demente di Zanetti la prima volta che mi sono lanciato…”
“Non avevo intenzione di fare battute.” Rimaniamo in silenzio un attimo. “Quanti anni avevi?”
“Diciotto compiuti da 10 giorni. Ho fatto il militare nei paracadutisti.”
“Io negli alpini.”
“Lo so. So tante cose di te, Locatelli. Ma ora taci e guarda il panorama. Ho troppo mal di testa per parlare.”
In parte è vero. Ma più che altro non ho voglia che inizi a farmi duemila domande su di me. Farah aveva ragione: non sarebbe male come terzo incomodo. E mi sta pure simpatico, così a pelle. Ma rimane il fatto che io un terzo incomodo non lo voglio e che è inutile che mi affezioni a questo in particolare perché una volta che saremo a Minsk insieme, quest’inverno, sono sicuro che non durerà un pezzo.
È passato mezzogiorno quando finalmente riesco a tornare a casa di Farah. Finito il lancio con Locatelli mi è arrivata una chiamata di Prisco e ho dovuto trovare un taxi per andare da lui, cosa non facile. Pensavo fosse per parlare del futuro terzo incomodo e invece no.
Magari fosse stato quello.
È stato per assegnarmi il peggior compito che potesse darmi e, come se non bastasse, ho pure dovuto far finta che la cosa non mi tangesse.
“Maledetto rompicoglioni…”
Tirerei volentieri un calcio al muro, ma sono sul pianerottolo di casa di Farah e non mi sembra il caso. Mi frugo in tasca e tiro fuori la mia copia delle chiavi del suo appartamento: anche se me le ha date da più di due anni non le uso sempre, ma forse starà dormendo, quindi per non disturbarla apro la porta.
Entro e mi guardo in giro. Salotto e cucina sono stati messi in ordine dopo che stamattina alle tre ci siamo passati come due tornadi. Se ci ripenso mi pare quasi di essermele sognate, quelle ore che ho passato qui con Farah prima del lancio. Ma soprattutto mi sembra di essermi immaginato tutta la felicità che ho provato per averla rivista dopo due mesi, per non parlare della contentezza di sapere che avremmo passato almeno dieci giorni insieme. La felicità, così come la prospettiva dello stare un po’ con lei, sono svanite in un attimo, grazie a Prisco.
Cerco di concentrarmi sulla musica dei Raveonettes che esce dallo stereo, ma non ci riesco. Sono troppo incazzato.
“Eccoti!” Farah è comparsa sulla porta della camera da letto in pantaloncini e maglietta, i capelli bagnati e il viso sicuramente più riposato del mio. È bellissima e vorrei poter correrle incontro e riprendere da dove siamo rimasti stamattina quando sono dovuto andare a fare il lancio, ma non posso.
Chiudo la porta dietro di me e cerco di sorriderle: “Eccomi…”
Mi viene incontro: “Wow! Avevi così fretta di vedermi che non ti sei nemmeno cambiato?”
Guardo la tuta mimetica che ho ancora addosso: “Qualcosa del genere…”
Mi butta le braccia al collo e mi bacia: “Comunque mi piaci quando sei in versione macho, sai? Con la barba che punge e i capelli che sanno di vento…”
Da un lato vorrei interromperla subito, dall’altro odio spegnere il suo entusiasmo, quindi la bacio anche io, pur sapendo che non posso farmi prendere troppo dal momento. Quando però comincia a sbottonarmi la mimetica mi stacco dal bacio: “Aspetta un attimo, Farah…”
In un secondo cambia espressione. Mi conosce talmente bene che si è accorta dal mio tono che c’è qualcosa che non va: “Cosa c’è?”
Sospiro: “Il motivo per cui ci ho messo tanto a tornare qui è che sono stato convocato da Prisco.”
Rimane immobile qualche secondo, poi mi fissa: “Perché? Cosa è successo…?”
“Devo partire. Oggi stesso.”
Bam! Anche se le ho dovuto dare notizie del genere più di una volta mi trovo a tenere un attimo il fiato. Per un secondo mi sembra quasi qualcuno a cui hanno tirato una secchiata di acqua gelida addosso, poi però deglutisce e scrolla le spalle: “A che ora?”
Ecco la parte peggiore.
“Sono passato solo a salutarti. Io… devo andare a casa mia, fare una doccia, la valigia e dormire un paio d’ore prima di andare all’aeroporto. Il volo per Karachi è lungo e l’unico posto che mi hanno trovato è all’ultima fila, in mezzo… quindi di dormire in aereo non se ne parla.” So già che lei vorrebbe che io restassi qui fino all’ultimo secondo, e lo vorrei anch’io, ma non è il caso. Le do un bacio veloce sulle labbra: “Però starò via solo una decina di giorni… quindi ci vedremo presto. Sarò qui per tutta la prima settimana di ottobre prima di andare ad Irkutsk.”
Scuote la testa e si scioglie dall’abbraccio: “Ma sarò io a non esserci. Tra una settimana parto.”
Mi gira le spalle e si allontana, diretta verso il frigo, e io le vado dietro: “Per dove?”
“Langley. E poi Los Angeles.”
Langley.
Langley = CIA.
CIA = …non ci voglio nemmeno pensare.
“Ma porca merda!” Tiro una manata al bancone della cucina. Lei si gira e mi guarda, ma non dice niente. “Per quanto tempo?”
“Un paio di mesi, forse tre. Adele ha detto che è probabile che io debba raggiungerti a Minsk direttamente dalla California.”
E Prisco a me non ha detto niente? In questo momento lo prenderei a calci.
Mi stropiccio la faccia: “Vabbè, dai, almeno tu sarai contenta. Vai a prendere il sole con il tuo amichetto Blake Peterson… mentre io sarò a -10 nella nebbia di quella steppa merdosa!”
“Ma davvero, Seba?”
“Davvero cosa?”
“Davvero te la stai prendendo con me? A te Los Angeles fa schifo, comunque, non smetti mai di dirlo!”
“Ma non schifo come Irkutsk in autunno! Sarò là da solo come un cane a gelarmi il culo per settimane, secondo te dovrei essere felice?”
“Macché da solo! Sappiamo tutti e due che troverai senz’altro una qualche tizia per scaldarti!”
“Tu invece non dovrai nemmeno fare lo sforzo perché ci sarà con te Peterson, il tuo supereroe preferito.” Mi metto in una specie di posa da Superman. “Look at me! I’m the hottest CIA agent on the planet!”
L’accento californiano di Peterson mi è venuto alla perfezione, ma lei non ride: “Fammi capire, ce l’hai con lui perché credi di essere tu l’agente più figo del mondo?”
“Ce l’ho con lui perché è un bambolotto biondo che non aspetta altro di essere solo con te in California per portarti a vedere un tramonto fenomenale in spiaggia, bere champagne e trombare nella sua maledetta jacuzzi!”
“Chiamalo scemo…” Mi fissa. “Se sei geloso sono fatti tuoi, Seba. Ma non venire a rompere le palle a me perché Prisco ha deciso di mandarti in tanta malora mentre io, per una volta, potrò fare un lavoro semi divertente in un bel posto e con un tizio carino e che mi piace.”
Stringo gli occhi: “Io non sono geloso!”
Non è del tutto vero, ma fa niente.
“Sai cosa? Ti stai comportando esattamente come quando hai scoperto che stavo con Rob. Solo che adesso è ancora più da fuori di testa perché Peterson lo vedrò per due mesi in croce e poi la cosa finirà lì.”
“Ma certo. Hai ragione tu.” Mi abbottono la mimetica. “Allora divertiti. Io devo andare a Karachi!”
Giro i tacchi e senza aspettare che dica altro me ne vado sbattendo la porta.
Non posso credere di essere ancora così arrabbiata dopo cinque ore che Fontana se ne è andato. Eppure eccomi qui. Incazzata nera con lui, con me stessa, con Prisco e anche con Peterson, anche se lui proprio non c’entra niente. E se penso alle ore stupende che io e Seba abbiamo passato stamattina, da quando siamo tornati dal matrimonio a quando lui è dovuto andare a lanciarsi con Locatelli, mi viene il magone. Peterson sarà carino e la sua jacuzzi sul mare è senza dubbio notevole, ma non è Fontana e non lo sarà mai.
Suona il campanello. Dato l’andazzo della giornata immagino che sia la portinaia o peggio ancora il mio vicino rompipalle, ma quando apro mi trovo davanti Fontana. È in jeans e camicia e ha in una mano la sua borsa da viaggio e nell’altra un sacchetto del supermercato. Lo guardo in faccia, ma non riesco a capire di che umore sia né tantomeno cosa ci faccia qui.
“Ciao…” Anche la voce è strana. “So che sei incazzata. Ma posso entrare?”
Vorrei dirgli di no, ma come al solito non ce la faccio: “Entra pure.”
Appoggia la borsa per terra, vicino alla porta, e poi mi guarda. “Mi spiace di aver fatto lo stronzo.”
Almeno se ne rende conto: “Ok. Ma cosa ci fai qui? Non dovresti essere su un volo per Karachi?”
Scuote la testa: “Ho detto a Prisco che l’ho perso. Che prenderò il prossimo.”
“Ma…”
“Prima che tu lo chieda… avrei fatto in tempo a prenderlo, ma l’ho perso apposta perché sai che non sopporto che ci salutiamo incazzati.” Abbassa lo sguardo, poi mi guarda di nuovo. “Non ci riesco proprio. E volevo venire da te prima di partire per dirti che mi dispiace di aver detto quelle cose su Peterson. Non sono fatti miei quello che farai in California. ”
Lo fisso. Vorrei tanto chiedergli se non è stufo di far finta che non lo siano, ma non ne ho il coraggio.
“Hai perso un volo per il Pakistan e fatto incazzare Prisco solo per dirmi questo? Avresti potuto farlo al telefono.”
Scuote la testa: “No. A dire il vero speravo che saresti stata meno incazzata e che avrei potuto passare le prossime venti ore qui con te… ma forse sono stato un po’ troppo ottimista.”
Vorrei riuscire a fare la sostenuta ma la canzone finisce e inizia Ode to L.A. e lo vedo sorridere. Mi tende una mano: “Balliamo, Shahbanu? È una delle tue preferite… poi se vuoi me ne vado.”
Gli fisso la mano. Quella mano, che conosco così bene. Senza nemmeno sapere cosa sto facendo gliela prendo: “Dici sempre che odi ballare.”
“Odio ballare la tunza in discoteca. Ma a un lento con te a piedi nudi non dico mai di no…”
Mi prende tra le braccia e cominciamo a ballare.
“Sei il solito stronzo, Seba. Prima ti fai odiare e poi… fai così.”
Ride: “Lo so. Gemello buono e gemello cattivo. Ma devi ammettere che io sia più spesso…”
“Stai zitto.” Lo interrompo con un bacio. “Dobbiamo approfittare di questo momento perché la prossima volta che ci vedremo avremo con noi il terzo incomodo… quindi balla e taci. ”
Lui ride ma non dice più niente. Balla e tace e con una mano mi accarezza la schiena nel modo esatto che sa che mi piace. Sono io, alla fine, a rompere il silenzio: “Come è andata con Locatelli, oggi?”
“Bene direi. Fino all’ultimo ho pensato che si tirasse indietro. Invece si è lanciato, anche se era terrorizzato.”
“Sei stato gentile con lui?”
“Sì, Shahbanu. C’era già Zanetti a fare battute da stronzo…”
Alzo gli occhi al cielo: “Le solite?”
“Sempre quelle.”
Lo fisso negli occhi: “Vuoi dire che tu non ne hai fatta nemmeno mezza? Nemmeno sul fatto che i primi cinquanta secondi siano meglio che scopare?”
Sorride: “Quella non è una battuta. È la verità. E sai lui cosa mi ha risposto?” Scuoto la testa. “Che evidentemente l’ho sempre fatto nel modo sbagliato.”
Scoppio a ridere: “Credo proprio che mi starà simpatico, questo terzo incomodo.”
“Sì, beh, non ti ci affezionare troppo. Lo sai che a Minsk lo farò scappare.”
“Quello è tutto da vedere, Seba.”
Non dice più niente e non dico più niente nemmeno io. Mi godo il ballo in silenzio e soprattutto mi godo l’idea che per le prossime venti ore lui sarà qui con me. Con Locatelli, poi, si vedrà, ma ho idea che questo terzo incomodo, in qualche modo, sia qui per restare.
FINE
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Stupendo primo incontro tra Giulio e Fontana! Questa perla mancava proprio, grazie per questo splendido regalo che mi ha sbloccato più ricordi di quello che avrei mai potuto anche solo immaginare....! Attendo con ansia i prossimi racconti,sei fenomenale Chiara...chapeau!